In tre puntate, Nunzio Spina racconta la lunga storia del prof. Carmine Paratore, profeta del basket italiano venuto dall’Egitto.
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| PROFESSORE. Carmine Paratore in un’immagine degli anni ’70 [Conoscere il basket]. |
Lo spirito davventura e il gusto della sfida li aveva ereditati dai suoi antenati catanesi. Loro erano emigrati in Egitto tanti anni prima, affrontando le incognite e le diversità di un Paese tutto da scoprire. Lui, Carmine Paratore, vi era proprio nato sulle rive del Nilo, e in quel luogo ricco di storia e di magia aveva trovato lambiente ideale per far crescere la sua intraprendenza. Una scommessa dietro laltra, finì col diventare il primo allenatore capace di lanciare in orbita la Nazionale italiana di basket, nei primi anni 60. Aveva brillantemente chiuso il ciclo di emigrazione della famiglia: propheta per così dire nella patria dei suoi!
Era l8 aprile del 1912 quando Carmine venne alla luce nella popolosa capitale del Cairo. LEgitto faceva ancora parte dellimpero ottomano e a governarlo cera lultimo dei Khedivè, una dinastia di principi che nello loro politica di modernizzazione avevano spalancato le porte agli stranieri: gli italiani furono tra i primi, e tra i più numerosi, a farsi avanti. Al Cairo, come ad Alessandria, a Suez e a Porto Said, si affermarono artigiani, commercianti, professionisti di ogni settore; ma lapporto più consistente lo diedero i costruttori, che progettarono e realizzarono un po di tutto, dai palazzi alle ville, dalle strade alle piazze. Di mestiere, i Paratore, facevano proprio questo.
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| UNIVERSITA’. Paratore studiò nella scuola italiana e poi all’American University del Cairo [Egypt.edu]. |
Il senso di appartenenza alla comunità dei nostri connazionali era molto forte, ma il contatto con genti e culture di varia estrazione veniva vissuto in maniera del tutto pacifica e stimolante, quanto meno nel periodo che intercorse tra le due guerre mondiali. Carmine, per esempio, fu allevato in una scuola italiana intitolata a Giuseppe Garibaldi; la sua maturazione, però, non risentiva di alcuna chiusura mentale, anzi si apriva alla conoscenze di lingue (inglese e francese, oltre allarabo), di costumi e perché no anche di religioni diverse. Erano i presupposti dai quali sarebbe venuta fuori la sua indole di persona per bene, di uomo istruito, educato, sempre rispettoso del prossimo.
Lamore per il basket sbocciò a soli dieci anni, e da allora non si sarebbe più appassito, anche perché furono vari i ruoli che si trovò a interpretare: giocatore prima, poi arbitro, dirigente, allenatore, direttore tecnico. Si distinse nella squadra della comunità italiana, che si chiamava (guarda caso) “Pro Patria“, e quella sarebbe stata anche la sua culla di allenatore. In realtà, di sport gliene piaceva più di uno, e il suo agile fisico gli permetteva di cimentarsi dovunque con successo: oltre a quelli ottenuti da cestista (titolo nazionale per cinque anni), arrivarono buoni risultati anche nellatletica leggera, dove riuscì a primeggiare come campione egiziano dei 100 metri.
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| RAGAZZE. La Pro Patria allenata da Paratore in Egitto. Una delle giocatrici, Aurelia, sarebbe diventata sua moglie. |
Gli orizzonti si aprirono del tutto quando intraprese la carriera universitaria. Si iscrisse allAmerican University del Cairo, istituzione di grande prestigio internazionale, primo ateneo di lingua inglese fondato in Egitto e nei vicini Paesi del Medio Oriente. Seguendo la passione per lo sport, che per lui si stava trasformando in una vera e propria filosofia di vita, conseguì nel 1937 la laurea in Educazione Fisica; così, a 25 anni divenne per tutti il Professor Paratore. Fu allora che vinse la sua prima scommessa da allenatore: alla guida della squadra di istituto, si lanciò in una sfida impossibile contro la Nazionale egiziana, e riuscì ad avere la meglio!
Gli amici lo chiamavano “Nello“, il vezzeggiativo dallinconfondibile stile siciliano che i genitori gli vollero appioppare da piccolo. A quanto pare, gli si adattava meglio del suo originale nome di battesimo e a lui non doveva dispiacere, se è vero che lo accompagnò poi per tutta la vita. Questo e altro gli era stato trasmesso dalle sue radici lontane: i modi di dire, il dialetto, la cucina, certe usanze. Arrivò poi il matrimonio a rinsaldare questo legame: prese in moglie Aurelia Bottari, discendente di una famiglia messinese (di costruttori anchessa) che aveva compiuto il medesimo percorso migratorio. Galeotto era stato il basket: Aurelia, infatti, si era messa in luce nella squadra femminile della “Pro Patria” che, sotto la guida dello stesso Paratore, aveva vinto per diversi anni il titolo nazionale. Un felice incontro di origini e di tradizioni comuni, il tutto tramandato alla generazione successiva. «I miei genitori parlavano spesso in siciliano ci confida il figlio Tullio soprattutto quando cera da tirar fuori un proverbio; a papà piaceva scherzare con noi figli, chiedendoci il significato di certe parole, come liotru per esempio ».
Le nubi della Seconda Guerra Mondiale arrivarono a minacciare anche quella felice terra di convivenza. Lera dei Khedivè era ormai tramontata e aveva lasciato spazio a quella del Regno di Egitto, stato indipendente ma sotto linfluenza della Gran Bretagna: fu questo il motivo che costrinse il giovane re Faruq forse anche controvoglia a internare nei campi di lavoro tutti gli italiani sospettati di essere dalla parte di Mussolini, nonostante le simpatie mostrate fino allora dalla stessa casa reale nei confronti del governo fascista. Carmine «Nello» Paratore fu uno dei tanti a farne le spese. Dovette abbandonare la moglie e il primogenito Mario (nato nel 39), restando confinato per anni in un luogo sperduto del deserto. Se cera bisogno di temprare il suo carattere e la sua forza di affrontare le difficoltà, non ci poteva essere prova più dura.
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| CASA. Uno scorcio di Heliopolis, città in cui Paratore viveva con la famiglia [Wikipedia]. |
Fece tesoro anche di quellamara esperienza. Le tristi e interminabili giornate gli diedero il tempo, tra le poche consolazioni, di dedicarsi a qualche passatempo distensivo: come suonare il flauto, ad esempio, o come imparare il bridge, un gioco (o uno sport, a seconda dei punti di vista) che sarebbe divenuto il suo hobby principale. Aveva avuto la fortuna si fa per dire di condividere linternato con Benito Garozzo (nato ad Alessandria dEgitto, cognome di ovvia discendenza siciliana), colui che sarebbe poi passato alla storia come uno dei più forti giocatori del mondo, artefice di un lungo periodo di successo del Blue Team, la nazionale italiana di bridge.
Per fortuna ci fu il basket a incoraggiare la difficile ripresa del dopoguerra. A furia di allenare con successo squadre e squadrette, Paratore entrò nel giro della Nazionale egiziana, e poco mancò che nel 48 prendesse parte alle Olimpiadi di Londra, come assistente di un coach statunitense, tale OHarris. Fu lasciato a casa e gli andò bene, perché si risparmiò una autentica disfatta e perché, proprio in conseguenza di quella disfatta, si ritrovò da un giorno allaltro promosso capo allenatore.
Scommettiamo che vinse subito qualcosa? Proprio così: lanno dopo fu ospitato al Cairo il campionato europeo, e la squadra di Paratore riuscì nellimpresa di vincerlo, battendo in finale con 21 punti di scarto la Francia, che era stata medaglia dargento a Londra. Sì vabbé, si giocava in casa, e poi di europeo quel campionato aveva davvero poco (cerano solo Francia, Olanda e Grecia; in più Turchia, Siria e Libano, perché così era permesso nella federazione di allora); ma lEgitto, così in alto, non era comunque mai arrivato. La formazione era zeppa di giocatori che avevano Youssef e Mohammed come nomi di battesimo; non oriundi quindi, tutta farina del proprio sacco, il che naturalmente rendeva maggior merito alle capacità della guida tecnica.
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| VITTORIA. La Nazionale egiziana vinse i Giochi del Mediterraneo ad Alessandria nel 1951. Paratore (il secondo da sinistra) è stato ritratto lì insieme ad arbitri e dirigenti. |
Che non si trattasse di un semplice episodio fortunato lo si capì presto. Nel 1950 arrivò un prestigiosissimo quinto posto ai campionati mondiali di Buenos Aires: nel bilancio di quel torneo ci fu anche una più che onorevole sconfitta, di soli 2 punti, contro gli Stati Uniti, secondi alla fine alle spalle dei padroni di casa dellArgentina. Poi altri due primi posti nel 51: ai Giochi del Mediterraneo e ai Giochi Panarabi, entrambi disputati tra le mura amiche di Alessandria. Quella serie positiva si sarebbe conclusa alle Olimpiadi del 52 a Helsinki, dove il prof. Paratore, con in mano una squadra di ufficiali della polizia, riuscì a eliminare la Nazionale italiana nella fase di qualificazione (66 a 62, per la cronaca, il risultato finale).
Figurarsi la popolarità raggiunta in quegli anni! Aveva esaltato il nome dellEgitto in giro per il mondo come un vero eroe nazionale, per quanto la sua indole riservata lo tenesse lontano da ogni tipo di esaltazione. Gli piaceva il suo lavoro, lo sport, il confronto con gli altri: se tutto questo lo incanalava verso una sfida, tanto meglio. Ma non era alla ricerca di gloria E poi Il Cairo era per lui una città meravigliosa, non aveva bisogno di sognare altri mondi. Abitava con la famiglia a Heliopolis, dieci chilometri a nord-ovest dal centro, sobborgo residenziale moderno, pieno di monumenti, parchi e alberghi di lusso: una sorta di Eden, dove vivere era piacevolissimo, anche per la sua natura cosmopolita.
Intanto la famiglia Paratore si era allargata con larrivo del secondogenito Tullio (nel 45, dopo la triste parentesi dellinternato) e poi di Laura (nel 52, al culmine di un periodo felicissimo). Un incantesimo che era destinato a rompersi da lì a poco con larrivo dei primi sussulti nazionalisti arabi, sfociati poi nel colpo di stato militare del 52: detronizzato re Faruq, si insediarono al potere prima il generale Naguib poi il colonnello Nasser, che rimase a capo della neonata Repubblica per quasi ventanni.
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| MOSCA. Un’azione di gioco in URSS-Egitto, Europei del 1953 a Mosca, conclusi dalla Nazionale africana all’8° posto. Un pubblico immenso segue la contesa… |
Paratore, benvoluto e stimato da tutti, guidò ancora la sua Nazionale in maglia verde nella ottava edizione del campionato europeo, che si svolse a Mosca nel 1953. Imbattuta nel girone di qualificazione, la rappresentativa egiziana si qualificò per la fase finale, ottenendo poi lottavo posto; davanti, però, aveva stavolta gli squadroni dellEst (Urss, Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia), più Francia, Israele e Italia, che si classificò settima, pur essendo sconfitta ancora una volta dalla irriverente pattuglia di Paratore. Fatte le debite proporzioni, quellottavo posto non era tanto da meno del clamoroso successo riportato quattro anni prima al Cairo. Ma si sarebbe trattato dellultima scintilla: dopo ledizione di Mosca, infatti, lEgitto sarebbe uscito definitivamente dallEuropa; e sarebbe anche scomparso dalla vetrina del basket internazionale
Nessuno costrinse la famiglia Paratore ad abbandonare il Cairo e lEgitto, ma erano cambiati i tempi, e anche laria che si respirava. Molti erano già andati via; per il Professore fu determinante la proposta che la federazione italiana di pallacanestro gli fece arrivare nel 54. Non gli piaceva fuggire, ma pensò che forse era meglio prevenire situazioni meno favorevoli in futuro. Accettò, e ti saluto Egitto!
A un giornalista del posto, che di nome faceva Alberto Curro e che inviava le sue corrispondenze in Italia, rivelò il suo stato danimo: «Provo un sentimento di dovere e di speranza di un mio valido contributo alla rinascita della pallacanestro azzurra. Tu sai bene daltronde che il lavoro non mi spaventa e ti assicuro che non tralascerò nessun mezzo per ricambiare la fiducia dei dirigenti italiani. Pertanto sono convinto che con laiuto di Dio e la collaborazione di tutti riusciremo ».
Quando si accomiatò dalla terra natia, tra abbracci e rimpianti, qualcuno gli sussurrò a un orecchio: «Ricordati, Nello, che chi ha bevuto lacqua secolare del Nilo torna immancabilmente a berla!»
fine prima puntata (continua, continua )
Nunzio Spina






