Diomede Tortora, il basket tra mito e leggenda

DiComunicati

Mag 30, 2009

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Almeno tre intere generazioni di cestisti sono passati davanti ai suoi occhi. Li ha visti nascere, crescere e poi appendere le scarpette al chiodo. Lui, Diomede Tortora, sempre là – maglietta e pantaloncini, capelli al vento – come ibernato nella sua eterna giovinezza. Ventiquattro anni di carriera (ma il conto è forse in difetto), sedici dei quali vissuti da protagonista a difendere i colori della prima squadra cittadina di turno. Una lunga storia nel basket catanese; o se volete, la Storia del basket catanese.

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ACHEO? Diomede Tortora, 64 anni, in una foto dei tempi del Gad Etna [La Sicilia].

Che fosse destinato a diventare un mito, del resto, stava scritto fin dalla nascita in quel suo nome da guerriero acheo, ereditato dal nonno paterno. Allo sbocciare dell’adolescenza, il fisico si era necessariamente adeguato: alto, bello, corporatura asciutta e agile; si cominciava a intravedere anche quello spirito battagliero che lo avrebbe sempre accompagnato nella sua avventura sportiva. Più che un personaggio, un simbolo del mondo cestistico catanese, dal quale finì con l’assorbire tutto: successi, gioie, sconfitte e rimpianti.

All’altro capo del telefono la voce è quella di sempre. Ti verrebbe subito di fargli la solita domanda, «Diomede, ma quanti anni hai?», una sorta di tormentone che gli sarà giunto alle orecchie chissà quante volte. Per fortuna è lui stesso a toglierti presto dall’imbarazzo di questa irriverente curiosità: «Ho 64 anni, sono già in pensione, qualche attività lavorativa qua e là per tenere la mente occupata, la partitella a tennis ogni tanto, mettiamoci anche la briscola in cinque con gli amici… Insomma, una tranquilla vita da scapolone». Già, lo scapolone! Se ci avesse anche detto chi era la sua «zita» di turno, ne avrebbe soddisfatta un’altra di curiosità. Vogliamo fare anche il conto di quante ragazze sono passate – diciamo così – davanti a quei suoi occhi languidi?

Parliamo di basket… Si potrebbe stare ad ascoltarlo per ore mentre ti racconta del suo passato: nella folla dei ricordi, riesce a mettere in ordine ogni data, a fare luce su ogni particolare. Partiamo dal 1959. «Avevo 14 anni – esordisce – e con un amico mi recai al campo di Piazza Spedini, dove Amerigo Penzo, allenatore della Grifone (che allora militava in serie A), aveva organizzato un corso di addestramento. Era un omino di grande carisma, oltre che un buon tecnico, ma io non rimasi particolarmente affascinato dall’ambiente, forse perché ero ancora troppo giovane e avevo altri interessi; così lasciai subito perdere…».

Non un amore a prima vista, quindi. Penzo, un «apostolo» veneziano approdato in Sicilia a diffondere il credo cestistico, ci rimase un po’ male, anche perché aveva fiutato, in quel giovane, le doti giuste. Ironia della sorte, quando poi Tortora, qualche anno più tardi, rimise piede nella Grifone come giocatore già conosciuto, quell’omino aveva appena – malinconicamente – abbandonato Catania. L’ingresso definitivo nel mondo del basket, infatti, era stato rinviato solo di qualche mese. «Verso la fine del ’59 – riprende Diomede – nella palestra della mia scuola, l’Istituto Agrario, mi rimisero un pallone di basket in mano, e così entrai a far parte del CUS Catania, dove cominciai a disputare il campionato di Promozione e i tornei giovanili: stavolta ne rimasi pienamente coinvolto».

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FUSIONE? Lo Sport Club 1973-74, in cui Tortora arriva dopo il fallimento del Gad Etna [L.Cosentino].

I suoi primi allenatori furono il prof. Sapienza e Paolo Venturino, con il quale nel ’62 la squadra juniores riuscì ad approdare alle finali nazionali di La Spezia. «Un’esperienza che ricordo ancora con grande emozione. Eravamo tra i più forti in Sicilia, ma là trovammo squadre che facevano davvero parte di un altro pianeta. C’era l’Ignis Varese, la Simmenthal Milano, contro cui avemmo anche l’onore di giocare: restai a bocca aperta davanti ai 2 metri e 04 di Massimo Masini e al suo 54 di piede!».

Eppure Diomede, allora, non era proprio uno sconosciuto. Nel 1960, cioè ancora quindicenne e alle prime armi, aveva fatto parte di una capillare selezione nazionale sulla quale andava costruita (pensate un po’) la nazionale olimpica per Tokyo ’64. «Un bel giorno il prof. Caponnetto, insegnante di Educazione Fisica, venne letteralmente a prelevarmi dal banco di scuola e mi portò a Messina per un primo concentramento. Nell’estate del ’61 feci poi un collegiale di 25 giorni a Villaggio Mancuso, vicino Catanzaro: là mi ritrovai alla corte di un grande allenatore come Giancarlo Primo e accanto a giocatori che sarebbero presto balzati alla ribalta nazionale». Un traguardo prestigioso, che segnò anche la sua prima grande rinuncia. «Se volevo andare avanti su quella strada, dovevo allontanarmi da Catania: la Stella Azzurra a Roma e la Virtus a Bologna mi offrirono la possibilità di trasferirmi, ma ero figlio unico e non se ne fece nulla. A 17 anni non mi presentai addirittura a un raduno della nazionale juniores al Foro Italico a Roma, e da allora certi sogni rimasero definitivamente nel cassetto…».

Da Catania non si sarebbe più allontanato. Più in là negli anni, quando la sua fama di giocatore si era già consolidata, di richieste da fuori ne sarebbero ancora arrivate tante. Ma da quando papà Alfredo morì, lasciandolo solo a 22 anni con mamma Agata, anche i possibili trasferimenti all’interno della Sicilia (Messina e Ragusa lo corteggiarono a lungo) diventarono per lui impossibili da accettare.

Si era già chiuso un capitolo, eppure la sua vera carriera di cestista, a Catania, doveva ancora cominciare. Nella stagione ’62-’63 lo chiamò la Grifone, che oltre ad Amerigo Penzo aveva appena salutato anche la serie A (allora divisa in gironi). Si ripartiva dalla B regionale con la stessa squadra dell’anno prima, e tra tanti vecchi marpioni (Trovato, Puglisi, Rinaldi, Tumino) Diomede era ancora un giovanotto di belle speranze. «C’era una rosa di dodici elementi, tutti praticamente allo stesso livello; il venerdì ci si dava battaglia all’ultimo sangue pur di entrare nelle convocazioni della domenica …». Lui non era certo Masini, ma i suoi 188 centimetri, a quei tempi, bastavano per farlo emergere (guardare le foto d’epoca per credere). Giocava da pivot spalle a canestro, e sapeva come districarsi, a giudicare dai punti che riusciva a realizzare.

L’avventura con la casacca azzurra della Grifone («era una canotta di lana», precisa lui) sarebbe durata due sole stagioni, la prima sotto la guida del già citato prof. Caponnetto e del tuttofare Gigi Mineo, la seconda con Totò Trovato nella doppia veste di giocatore e allenatore. Poi la gloriosa società «rapace» del presidente Di Blasi, «un professore universitario con un amore sincero per la pallacanestro», scomparve dalla scena. «Totò Trovato raggiunse un accordo – spiega Diomede – con l’allora responsabile di un piccolo gruppo aziendale, Alfredo Avola (impiegato del comune e diacono di grandi capacità); e così tutti passammo col Gad Etna, che diventò la squadra catanese più rappresentativa».

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PIVOT? 188 cm, ma Tortora è indubbiamente il più alto (nella foto ha la maglia n. 11, accanto a Puglisi e Trovato) [La Sicilia].

Fermiamoci un attimo. Da un testimone della storia come lui, vale proprio la pena farci raccontare qualcosa di più di quei primi anni: il campo di gioco, per esempio, le attrezzature, il pallone che si utilizzava… «Vuoi che ti dica che ho iniziato col pallone di pietra, come qualcuno ogni tanto commentava per prendermi in giro? A parte gli scherzi; col pallone di pietra no, ma con quello di cuoio con ricucitura stile calcio d’epoca sì…Il campo di gioco era ovviamente all’aperto, in Piazza Spedini, là dove poi sarebbe sorto il Palazzetto: un rettangolo mattonellato che esigeva scarpe antiscivolo. Quando cominciai io c’era solo un muro di cinta, senza tribune, e gli spogliatoi (se così vogliamo chiamarli) erano nelle vecchie biglietterie del Calcio Catania: ci facevamo la doccia con i secchi d’acqua, e non aggiungo altro…».

Quanti cambiamenti, da allora! Palloni che si fanno di gomma, e poi di nuovo di cuoio, ma a spicchi e senza cuciture. Tabelloni di legno che diventano trasparenti e in plexiglas. Terreni di gioco dove si smontano le mattonelle per impiantare il parquet. E soprattutto, campi all’aria aperta che diventano palestre con tanto di tribune. «Il Palazzetto di Piazza Spedini l’ho visto letteralmente nascere, pietra su pietra. Cominciarono a costruirlo nel 1967, e quello fu tutto merito di zio Gigi Mineo: merito del basket, quindi, e non della pallavolo, come certa stampa volle far credere. A quei tempi lavoravo già al Consorzio Agrario di Siracusa, e mi ricordo che tutti i giorni, prima di tornare a casa, andavo praticamente a controllare l’avanzamento dei lavori. Giocavo col Gad Etna, e per un anno fummo esiliati alla palestra Enrico Toti (che sa di eroico al solo pronunciare il nome, n.d.r.). Quando misi piede la prima volta sul parquet lucidato del Palazzetto provai una sensazione indescrivibile».

Il trasloco dalla Grifone al Gad Etna era coinciso con una rivoluzione della formula dei campionati, mentre il numero delle squadre in quel periodo (stiamo parlando della seconda metà degli anni ’60) cresceva a dismisura. A un certo punto ci si ritrovò in serie C e da quel purgatorio la squadra, sempre affidata alla guida di Totò Trovato (che dopo un po’ smise i panni del giocatore), cercò anno dopo anno di venir fuori, per trovare una posizione più degna nel panorama cestistico nazionale. Per Tortora e compagni fu più una sfida con se stessi che con gli avversari. «Riuscimmo nel nostro intento solo dopo sette anni di tentativi, alla fine quasi per inerzia. Avevamo potenzialità sicuramente maggiori di quelle che riuscivamo a esprimere in campo, e forse quel traguardo della promozione in serie B poteva anche essere raggiunto prima… ».

Il connubio col Gad, per Diomede, durò quasi un decennio. Non era più il piccolino della squadra; con lui c’erano adesso i più giovani Giuseppe Mineo, Alfredo Greco, Piero Spanò, poi anche Carlo Marino. Come giocatore furono gli anni della sua definitiva consacrazione. Dalla posizione di pivot cominciò ad allontanarsi dal canestro, ma per guardarlo bene di fronte e centrarlo con quel tiro dalla distanza che diventò, per lui, l’arma migliore. La sospensione dall’angolo era la sua preferita; se si trovava appena un passo più all’interno, mirava al tabellone e la sponda (tecnica e geometria tutte sue) gli riusciva spesso. Da qui la fama di buon realizzatore, quasi sempre il migliore della sua squadra: ci fosse stato fin da allora il «tiro da 3» i suoi tabellini avrebbero raggiunto cifre da primato. Però qualche difetto c’era… «Come no! Qualcuno diceva che non sapevo palleggiare, ma non è proprio così, perché i primi due palleggi mi riuscivano bene: era dal terzo in poi che cominciavano i problemi…». Scherza, ovviamente. Diciamo che non era un giocatore tecnicamente completo (chi lo era a quei tempi?), ma se stava fuori dal campo la sua assenza si sentiva, eccome! Certamente un elemento non facile da inserire negli schemi, sia offensivi che difensivi; bisognava un po’ lasciarlo libero nell’iniziativa, e a quel punto sperare che fosse in giornata.

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SERIE B. Il Gad Etna che ha giocato in Serie B nel 1972-73 [Basket Catanese].

Intanto, a quell’ambita meta della promozione, tra un rimpianto e l’altro, il Gad Etna era finalmente riuscito ad arrivare. La serie B della stagione ’72-’73, che era una A2 a tutti gli effetti, aveva offerto una chance che non si sarebbe più ripresentata in futuro. «La sponsorizzazione della Dais si rivelò un mezzo inganno, e in realtà la struttura societaria si indebolì ulteriormente. I giocatori in campo, però, riuscirono a fare il miracolo. Io per la verità mi allontanai un po’, per via di disaccordi con Totò Trovato; poi rientrai in squadra, e lottai insieme ai miei compagni in un campionato durissimo in cui tutti ci davano per spacciati. In quella formazione c’era il ragusano Nanè lo Presti, un play-maker che io giudico il più forte dei tanti compagni che ho avuto. Riuscimmo a salvarci, e quella fu davvero una grande impresa…». Vanificata, come si sa, dalla rinuncia al campionato successivo.

Riflessione. Possiamo dire che il basket catanese, in quella circostanza, perse un treno importante? «Il più importante! – sbotta Diomede – Quella serie B era da difendere con i denti, a costo di qualsiasi sacrificio. Era un momento magico per il movimento cestistico della nostra città. Noi avevamo fatto il salto di categoria, e raggiunto anche una certa maturità, proprio nel momento in cui Santi Puglisi col suo Sport Club stava tirando su giovani interessanti, come Orazio Strazzeri, Pippo Borzì e Luciano Cosentino, espressione di una pallacanestro che, onestamente, era più moderna e più tecnica. Ecco, lì le forze andavano messe insieme, ognuno avrebbe dovuto accettare il ruolo più adeguato alle sue capacità, e con le sole risorse catanesi si poteva davvero costruire una squadra già competitiva e soprattutto proiettata nel futuro. Il sostegno economico, a quel punto, sarebbe stato un problema di più facile soluzione, almeno così ancora la penso io. Peccato! Non ci fu la volontà!».

Avvenne tutto il contrario. Il Gad Etna ripartì dalla serie D, mentre Santi Puglisi accettò l’unica proposta concreta che gli arrivò, e che veniva dalla Stella Azzurra di Roma. A 28 anni Diomede aveva ancora quel fisico asciutto da guerriero e, soprattutto, la voglia matta di giocare di un adolescente. Di ritirarsi non se ne parlava. La serie D, francamente, gli stava un po’ strettina; accettò così, insieme a Giuseppe Mineo, il passaggio nelle file «nemiche» dello Sport Club, con Elio Alberti allenatore. «Diciamo che quella fu una specie di fusione… Per la serie C avevamo uno squadrone, e infatti in casa riuscivamo a strapazzare chiunque; in trasferta, però, venivano fuori tutti i nostri limiti di organizzazione di gioco, e perdevamo le partite in maniera incredibile. Alla fine arrivammo quarti, e quindi fu un fallimento. Elio Alberti era una persona simpaticissima e si dava da fare per tirare avanti la baracca, ma l’eredità di Puglisi era davvero molto pesante…».

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ULTIMO ANNO. L’ultima squadra d’alto livello con cui ha giocato Tortora (secondo in piedi da destra): lo Sport Club ’78 [N.Spina].

Nonostante tutto, fu quello l’inizio di un’altra bella avventura. Con lo Sport Club Diomede disputò altri cinque campionati di serie C, risultati non esaltanti, ma lui sempre protagonista, bandiera della squadra, così come lo era stato per il Gad. Si ritrovò presto in una formazione dove la differenza di età con i compagni andava dai dieci anni in su. Il che non poteva risparmiargli certe battute ironiche, come quella di Pippo Famoso, per esempio, che prima dell’allenamento gli chiedeva spesso se si era ricordato di prendere il …«Gerovital». «Se è per questo – ricorda sorridendo – ci fu quel famoso episodio dell’arbitro… Eravamo in fila per il riconoscimento prima di una partita, io avevo già oltrepassato abbondantemente la trentina… Quando uno dei due arbitri trovò nell’elenco il nome Tortora, alzò gli occhi e disse “Ma chi, il figlio di Diomede?”».

Lui non solo stava al gioco, ma con i più giovani si sentiva proprio a suo agio, dentro e fuori dal campo: vi si confondeva quasi, con quella folta chioma scura ribaltata all’indietro. E così gli anni tra il ’73 e il ’78 segnarono la sua seconda giovinezza (che poi non fu l’ultima). «Con lo Sport Club mi divertii molto, anche se non raggiungemmo grandi affermazioni. Comunque ricordo con piacere gli agguerriti derby col Gad Etna, quando la mia ex squadra era risalita in C. C’era una atmosfera frizzante e una bella cornice di pubblico… E poi questa strana ricorrenza, per cui si vinceva una partita a testa, e guarda caso la spuntava sempre chi non era favorito».

Quando fu poi la volta dello Sport Club di ritirarsi nei campionati minori a causa di problemi economici, lasciando il palcoscenico solo al rinnovato Gad Etna (targato Jägermeister), anche Diomede si mise un po’ in disparte. Aveva già 33 anni, ma l’ora di abbandonare il basket era ancora di là da venire. E fu lì che si poté apprezzare la sua vera passione: non gli interessava il successo, né la platea o gli articoli sui giornali; voleva ancora correre e divertirsi, chiunque ci fosse in campo con lui, anche dei ragazzini, che (a quel punto la differenza ci stava tutta) potevano davvero essere suoi figli. Disputò ancora campionati di Promozione, col CSTL, col CUS Catania, con l’Astra Stadium, una squadra da lui praticamente costruita. Nella stagione ’82-’83 lo volle addirittura Pippetto Strazzeri a Siracusa, per un campionato di serie D, costringendolo – di fatto – al primo allontanamento cestistico da Catania, dopo tante rinunce più o meno forzate.

Una terza giovinezza, se così si può dire. E stavolta Diomede cominciava davvero a sfidare le leggi della natura. Lui imperterrito andava avanti: non lo fermò neanche una drammatica lussazione d’anca capitatagli proprio sotto un canestro, durante una partita di Promozione col CSTL. Quella della longevità diventò a un certo punto una sorta di leggenda. Forse ne era rimasto suggestionato anche l’impiegato dell’Ufficio Anagrafe di Catania che, nel trasferire i suoi dati dal sistema manuale a quello informatico, aveva riportato erroneamente la data di nascita, 13/07/1945, posticipandola di un mese. «Fosse stato di un anno – commenta sarcasticamente – mi sarebbe giovato molto di più!».

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DA GIOVANE. Tortora ai tempi della Grifone [La Sicilia].

Come fu e come non fu, arrivò anche per lui il momento del ritiro dalla scena. Si portava dietro un bagaglio stracolmo di bei ricordi, tra cui una medaglia («alla carriera»), offerta dai giornalisti sportivi catanesi in una premiazione dell’USSI a Capo d’Orlando. Come giocatore aveva dato tutto. Cos’altro poteva fare di più? «Per la verità sono stato più di una volta sul punto di farmi coinvolgere – ammette lui – nel ruolo di dirigente: col Gad a fine anni ’80, per esempio, o con la nuova Grifone di Molino. Ultimamente qualcuno mi ha spinto addirittura a candidarmi alla presidenza del comitato provinciale FIP. Su questo terreno, però, ho trovato sempre difficoltà e incomprensioni: diciamo che per me è stato impraticabile… ».

Tortora segue adesso le vicende del basket catanese con occhio e animo distaccati. «Ci sono molte più squadre e molte più strutture di una volta; ma da un punto di vista qualitativo, purtroppo, non si è ancora usciti dalla mediocrità. Manca quello che è sempre mancato: una dirigenza forte e coraggiosa, o anche solo un imprenditore che riesca a coniugare in sé la passione e il denaro. Comunque, sono sempre convinto che le cose possono cambiare in meglio; prima o poi questo avverrà, deve avvenire!». Uno sguardo ottimista al futuro da chi ha scritto il passato. Grazie dell’augurio Diomede. E in bocca al lupo per la tua «quarta giovinezza»!

Nunzio Spina

P.S.
I componenti della briscola in cinque alla quale Diomede ha fatto cenno, oltre naturalmente a lui, sono quattro vecchie (e simpatiche) conoscenze del basket catanese: Carmelo Carbone, Filippo Galatà, Piero Spanò e Andrea Gangemi. Delle loro prodezze con le carte siciliane non sappiamo, ma su un campo di basket, ai loro tempi, sarebbe stato sicuramente un discreto quintetto. Carbone play-maker, Galatà e Spanò ali, Gangemi pivot, Tortora esterno-angolo. Fosse stato Diomede l’allenatore-giocatore, avrebbe forse impostato l’attacco su un solo schema: «La palla deve sempre girare, fino a quando arriva… all’angolo!».