Il cannoniere del Gad Etna: Enzo Calì

Una delle sue giornate di grazia è stata fondamentale l’8 maggio 1977. Dopo cinque giornate, il Gad Etna allenato da Enzo Molino è in vetta alla classifica della Poule C, insieme allo Sport Club di Alberti e alla Libertas Ferrara Milazzo di Fotia. La partita contro la Pattese diventa fondamentale per decidere se il Gad Etna riuscirà a tornare in Serie C dopo cinque anni di assenza o dovrà rimanere ancora in quinta serie. Un’eventuale vittoria dei cugini sui milazzesi non servirebbe: Gianni Messina e compagni infatti si sono arresi in trasferta di 20 punti, e sono quindi svantaggiati negli scontri diretti. La Pattese, vincitrice della prima fase e in difficoltà nella Poule, in cui ha vinto solo contro la squadra di Elio Alberti, non si aspetta la grande prova del diciannovenne Enzo Calì, che si conferma capocannoniere della Serie D segnando 35 punti e contribuendo ampiamente alla vittoria dei gaddini per 107-79, mentre lo Sport Club espugna Milazzo. Le due catanesi, a braccetto, ritornano in Serie C.

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CAPOCANNONIERE. Enzo Calì, 49 anni, capocannoniere della Serie D 1976-77 [Sportimes].

«Fu un’esperienza bellissima – ricorda oggi Enzo Calì. – Avevo solo 18 anni, però ero il miglior realizzatore della Serie D siciliana. Rischiai anche di non giocare la partita contro Patti. Quell’anno avevo in contemporanea la finale del torneo scolastico con lo Spedalieri ed ebbi uno scontro con il preside, amico di mio padre, che si lamentava del fatto che non ci fosse più morale e che la scuola dovesse venire prima di tutto… Giocai lo stesso con il Gad Etna e segnai quasi quaranta punti, non posso dimenticare quella partita! Oggi, trent’anni dopo, non so neanche in che categoria gioca la Pallacanestro Catania…»

Perché?
«Ho dimenticato il basket da quando ho smesso di giocare, cioè da quando ho iniziato a lavorare sul serio, quando lo sport è diventato un impedimento al lavoro. Ricordo che durante il viaggio per una trasferta, con il Piazza Armerina, mi dovetti fermare due volte perché mi stavo addormentando dopo una notte insonne in sala parto… Lì ho capito che lavorare e giocare contemporaneamente diventava un pericolo. Inoltre mi è sempre piaciuto giocare a basket e avere una certa competitività. Se non ci si allena, i tiri sono deboli, gli avversari ti passano davanti come furetti. Ho iniziato quindi a giocare a tennis e in dieci anni ho ottenuto discreti successi per la mia età, vincendo dei piccoli tornei. Poi ho avuto un problema fisico e ho chiuso. Secondo me, lo sport è bello e appassionante finché ce n’è, poi è meglio fermarsi. Forse ho sbagliato, ma è la vita che ti porta a certe decisioni. Le mie bimbe hanno bisogno del papà e lavorando 14 ore al giorno il fine settimana preferisco passarlo con loro!»

Ma non pensa mai di andare a vedere una partita?
«Ho qualche riferimento, come Carlo Vaccino, che lavora vicino casa mia, e lui mi aggiorna una volta ogni tanto. Ma concretamente non ho visto più una partita da quando ho smesso! Mi sono riproposto tante volte, ma per un motivo o per un altro non l’ho mai fatto. Natale De Fino ha fatto cinquant’anni qualche mese fa, mi ha invitato alla sua festa al palazzetto di Gravina, ma non ci sono andato per la troppa nostalgia. Me ne sono pentito, perché mi ha telefonato mio fratello e mi ha detto che si erano divertiti, ma al momento affogo solo nel lavoro…»

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LENTA RIPRESA. Il Gad Etna 1974-75, con Enzo Calì all’esordio in prima squadra, si stava lentamente riprendendo dalla caduta in Serie D [E.Calì].

Quando ha iniziato a giocare?
«La mia prima esperienza l’ho avuta alla PGS Sales, da 13 a 16 anni. Mi ha spinto un amico, una bravissima persona, Camillo Sgroi. Abitavo a cinquanta metri dai salesiani. Giochicchiavo a pallone ed ero il più basso della classe, ma Camillo ha avuto uno sguardo lungimirante. Mi invitò a giocare a basket e io accettai. L’anno successivo andai allo Spedalieri dove insegnava Santi Puglisi. Quest’amore incerto fu infervorato da lui, che andava per la maggiore, perché mi spinse a continuare.»

Andava quindi a vedere lo Sport Club?
«No, perché la PGS Sales era legata al Gad Etna. Entrai però nell’ambiente cestistico. Fino a 18 anni frequentavo piazza Santa Maria di Gesù, che era l’”ufficio” o la “salastampa” del basket catanese, ogni giorno dall’1 alle 2. Da lì nacque anche un giornale.»

Quando entrò nel Gad Etna?
«Dopo pochissimo. A 16 anni facevo i cadetti e gli juniores, più la Promozione. A 17 ero in prima squadra, dopo qualche apparizione diventai titolare. Ero abbastanza quotato e temuto, sono stato tra i migliori realizzatori siciliani. Ero una guardia-ala con un buonissimo tiro da fuori e anche in penetrazione andavo bene. Passavo poco, perché mi gratificava di più tirare! Da lontano tiravo bene, ma soprattutto quando ancora non c’era la regola da tre punti. A 22 anni, infatti, ho avuto una malattia virale che ha preso il nervo della spalla e mi ha paralizzato il braccio destro. È stato un infortunio serio, dopo un anno ho ripreso lentamente e la forza nella spalla non era più quella di prima. Il mio tiro da fuori, che era eccellente, per gioco forza non era più lo stesso.»

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«SICURO AVVENIRE». Questo il pronostico della commissione tecnica del corso nazionale a Cuneo di Richard Percudani per Enzo Calì, che aveva vinto il torneo 1vs1 in finale contro Vittorio Parente [La Sicilia].

Il gruppo giovanile di cui faceva parte è stato potenzialmente tra i più forti mai avuti a Catania. Secondo lei perché?
«Effettivamente, era un gruppo con grandissime potenzialità, ma che non è stato sfruttato al massimo perché non eravamo bene organizzati. Ricordo, tra gli altri, La Fauci, Destasio, mio fratello Alberto, Nicolosi, Privitera e Messina, anche se era più attempato. Era veramente un bel gruppo, si stava bene insieme, ho bellissimi ricordi. Riuscimmo a raggiungere un buon livello un po’ per la passione e un po’ per Enzo Molino, che è stato un allenatore fondamentale per il Gad Etna. Era appassionato al di là degli orari di allenamento, limitava anche la sua vita personale per il basket, ne ho un bellissimo ricordo. Lui era uno che ci credeva tanto. Ma non c’erano tutte queste disponibilità, soprattutto logistiche, per fare dei buoni allenamenti. Alla PGS Sales giocavamo all’aperto, con la pioggia e il vento. Mi sono allenato anche alla Pontificia Opera Assistenza della Plaia, dove i canestri erano fatiscenti e c’era un freddo da morire… Alle 9 tornavamo imbacuccati e senza poterci fare la doccia… E mio padre mi diceva sempre: “Ma dove vuoi andare?!” Poi ci siamo allenati alla palestra dello Spedalieri, che era molto angusta, tuttavia avevamo sempre con grandi difficoltà perché eravamo in competizione con altre squadre per gli orari…»

Cos’è cambiato oggi?
«Adesso vedo che ci sono palestre ovunque. Forse manca il materiale umano, ci sono molti giovani che giocano ma non vedo la voglia che c’era una volta. Adesso i ragazzi hanno tutto e purtroppo è negativo, perché si riesce meglio se si ha fame, se si ha la voglia. Oggi c’è altro. Io ero fortunato, perché mio padre era un professore di liceo, ma non me la passavo benissimo e il basket mi ha dato tanto. Anche economicamente: avevo un contratto e dei rimborsi spese, più che altro quando sono andato fuori. Mi ritengo abbastanza fortunato. E poi ho avuto grandi soddisfazioni. Ricordo con piacere quel periodo, ma un po’ per timore un po’ per nostalgia ho preferito insabbiarlo!»

Cosa ricorda dell’organizzazione del Gad Etna?
«I dirigenti erano delle persone volenterose, però niente a che vedere con l’organizzazione attuale! Toglievano un po’ di spazio alle famiglie per sistemare i problemi alla meno peggio, occupandosi di tutto, dalle scarpe alla salute degli infortunati. Erano tempi eroici!»

Ricorda Alfredo Avola?
«Sì, ma non ho avuto gran che a che fare con lui. Era il presidente della squadra prima che venissi io, quando c’erano la Dais e la Grifone. Rimase come presidente ad honorem perché di fatto noi contavamo su Trovato, Cutugno, Molino e Pippetto Strazzeri.»

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RITORNO IN C. L’articolo sul ritorno del Gad Etna in Serie C dopo la vittoria contro Patti [La Sicilia].

Come viveva la rivalità con lo Sport Club?
«C’era una grandissima rivalità tra Gad Etna e Sport Club, con partite epiche che valevano una stagione. C’era anche una preparazione psicologica delle strategie da adottare in campo. Tra i rivali c’erano Pippo Famoso, che giocò anche con noi, Cavaletti, Cosentino, Sensi. Ho fatto sempre delle ottime partite, tranne quell’anno in cui il giornalino di Nunzio Spina mi intervistò e proclamai: “Farò una grande partita”. Avevo giocato sempre bene e segnavo sempre una valanga di canestri, quindi pensai che avrei fatto un’ottima partita. Ma andò malissimo, quel giorno segnai 16 punti con percentuali bassissime, forse perché era la prima volta che indossavo le lentine a contatto… Da allora tutti mi chiamavano “Opus”, perché avevo fatto un proclama… Tutti i derby finivano con il minimo scarto, sia quando vincevamo noi che quando vincevano loro. Ci fu un’altra partita bellissima, ripresa da Teletna, che io giocai pur avendo una semicontrattura. Tutta la squadra andò benissimo e io giocai una gara splendida. Si concluse però con l’arrivo delle pantere della polizia: ci furono dei tafferugli e qualcuno le chiamò… Su “La Sicilia” ci davano tanto spazio, con dei titoloni, e veniva dedicata anche mezza pagina al derby. Tutti noi vivevamo per il basket, non per niente mi sono laureato fuori corso: questa passione mi prendeva tanto tempo…»

Com’era il pubblico?
«Il seguito era particolarmente caloroso solo per i derby di Catania. In Serie C, comunque, c’era un bel seguito. Il PalaSpedini, un bell’ambiente dove si stava bene, non era pieno, ma si raccoglievano vari appassionati, parenti e amici. Ricordo che il tifo si organizzava all’”ufficio” di piazza Santa Maria di Gesù!»

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JÄGERMEISTER. Enzo Calì con la maglia dello Jägermeister [E.Calì].

Seguiva la femminile?
«Si seguiva perché si era nell’ambiente del basket. La domenica mattina, invece di andare a fare una passeggiata, andavamo a vederla. Ma niente di particolare. Noi eravamo vicini alla squadra di Greco, la Polisportiva, mentre il CSTL era più orientato verso lo Sport Club.»

Quale fu la squadra più forte?
«Il gruppo con me, Angelo Destasio, Santino La Fauci, Nicolosi e gli altri, più Giuliana e Orecchio, due giocatori di Palermo. Quella è la squadra più forte che abbiamo avuto a Catania e non si è espressa come avrebbe potuto. Se bene allenata, avrebbe figurato benissimo nella Serie B d’allora.»

E il miglior giocatore catanese?
«Forse Angelo Destasio
, non ne ricordo altri. Lui si è fatto male poco tempo dopo la sua partenza da Catania e non si è mai espresso al suo massimo.»

Come si è chiusa la sua esperienza catanese?
«Non c’erano più risorse e si tagliò. Ci dissero che chi voleva poteva rimanere, chi voleva andare via era libero. Vendettero Destasio e con i soldi ricavati si tentò di fare qualcosa, ma non c’erano grandi sponsor e i pochi introiti servivano solo a coprire i costi di base, non per aumentare l’organico. Lasciai il Gad Etna senza discussioni e andai ad ottobre a Siracusa. Ho pochi ricordi di quell’esperienza, non andò molto bene. Giocavamo in un campo all’aperto, sotto una tettoia e accanto ad una piscina che produceva vapore che si condensava sul campo. Sono stato un anno con la bronchite, ho avuto anche degli attriti con i dirigenti.»

PENDOLARE. Enzo Calì ha giocato anche a Siracusa, Caltanissetta e Piazza Armerina, mentre studiava all’università e nei primi anni di lavoro [E.Privitera].

E poi?
«Iniziai a viaggiare. Andai a giocare alla Robur Caltanissetta, dove sono rimasto cinque anni in Serie C. Sono state delle buone stagioni anche se non era una squadra fortissima. Poi a Piazza Armerina, dove sono rimasto per quattro campionati con l’Amatori. Ho finito di giocare a 34 anni. Abbiamo fatto una Serie D, una Serie C e siamo stati promossi in Serie B sul campo neutro di Catania. Pensavo di fare un solo anno, anche perché avevo bisogno di guadagnare qualcosa, ma mi sono trovato bene. L’Amatori aveva un ambiente caloroso, così ho prolungato finché ho potuto.»

Qual è stato l’allenatore migliore?
«Non entro nel merito della qualità, ma ero molto legato ad Enzo Molino e ricordo Antonio D’Onufrio, un allenatore di Palermo che morì tragicamente, e Rolando Rocchi, un romano d’esperienza che non fu particolarmente fortunato quando venne a Catania, un anno in cui tentavamo la scalata alla Serie B; anche lui è morto.»

Roberto Quartarone

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