Posata una nuova corona in ricordo di Pippo Fava

Una nuova corona d’alloro coi nastri rossazzurri è stata posizionata a Catania nel luogo dove ventotto anni addietro per mano mafiosa fu ucciso il giornalista e scrittore Giuseppe Fava. La deposizione è stata voluta dal sindaco Raffaele Stancanelli immediatamente dopo avere appreso che ignoti, nella notte, avevano rubato quella che il Comune lo scorso 5 gennaio aveva messo in ricordo della vittima della mafia.

“Un isolato atto indegno – ha detto il sindaco – che la città tutta respinge con fermezza, riconfermando invece i diffusi sentimenti di apprezzamento per le coraggiose battaglie civili di libertà dall’oppressione mafiosa che furono proprie di Giuseppe Fava”

Quel labile confine tra il bene e il male

L’uccisione di Osama bin Laden ha suscitato, naturalmente, un enorme seguito di voci, teorie, dietrologie e credenze di ogni genere.

Tra i commentatori e gli esperti di politica internazionale vi sono coloro i quali credono che il noto blitz sia in realtà una messa in scena montata ad arte, e che probabilmente il numero 1 di Al Qaeda era già morto mesi prima, o addirittura nel 2002.

Altri intellettuali, come Karim Mezran, professore di studi sul Medio Oriente alla John’s Hopkins University, sostengono che a catturarlo ed ucciderlo siano stati i servizi segreti pachistani, i quali avrebbero in seguito consegnato lo sceicco alle truppe speciali dell’esercito statunitense.

C’è chi sostiene addirittura che bin Laden non sia morto affatto, e che il presunto blitz dei Navy Seals non sia mai avvenuto.

Cercando di analizzare nel modo più lucido e accurato la vicenda, è innegabile che vi sono diversi elementi della versione ufficiale ancora da chiarire. Si fa fatica ad accertare l’autenticità di foto e video del cadavere e delle dinamiche con le quali è accaduto il tutto.

Certo è, però, che la dichiarazione ufficiale del presidente  Obama dovrebbe togliere ogni dubbio, almeno sulla notizia della morte di bin Laden. È evidente che Obama non si sarebbe mai esposto tanto platealmente se ci fossero stati  ancora dei dubbi sulla scomparsa dello sceicco.  Rimane ancora da chiarire il come e il quando.

Ma, lasciando perdere per un attimo i dettagli dell’operazione, è chiaro come nei giorni seguenti alla notizia, il mondo intero, americani in primis, ha interpretato l’evento. Migliaia di statunitensi scesi in piazza a festeggiare, quasi come avessero vinto un mondiale di calcio, dichiarazioni di esponenti del governo americano (e non solo) all’insegna della vittoria del bene sul male. Si è all’improvviso avuta la sensazione che tutte le risorse impiegate per sconfiggere il terrorismo non siano state vane.

È stata la vittoria di Obama su Osama, che oltre ad essere un rischioso gioco di parole, rappresenta, oggi più che mai, il trionfo delle forze del bene su quelle del male.

Prima di lasciarci trasportare da questo spirito travolgente, però, sarebbe quantomeno opportuno fare chiarezza sul fatto che i confini tra bene e male sono più labili di quanto possiamo sperare.

Chi crede che con l’eliminazione di uno degli uomini più pericolosi al mondo, adesso ci sia meno violenza e più sicurezza, deve fare i conti con la realtà.

Dalla pubblicazione di centinaia di documenti segreti su ciò che accadeva a Guantanamo fino a nemmeno due anni fa, si comprende che se c’è stato un vincitore dopo la morte di bin Laden, certamente non è il bene.

Nel centro di detenzione cubano, l’esercito statunitense aveva il compito di individuare i soggetti che lavoravano per al Qaeda o avevano contatti con i suoi esponenti.

In base ai files si evince, però, quanta violenza ingiustificata i soldati perpetravano nei confronti di innocenti che, dopo anni di torture atroci, adesso soffrono di gravi disturbi psichici, per lo più irreversibili.

Nel carcere di Guantanamo, nonostante, la liberazione prevista dall’amministrazione Obama, vi sono ancora 172 detenuti. Tra questi, 73 non possono essere processati perché torturati troppo duramente.

Ciò che fa impressione, è l’alto numero di persone del tutto estranee al terrorismo che sono state imprigionate per più di 4 anni. Andando a leggere i documenti, è chiaro che i motivi per cui questa gente è stata rinchiusa sono del tutto irrilevanti. Un ragazzo di 14 anni, ad esempio, era stato rapito dall’esercito statunitense in quanto esisteva “la possibilità che conoscesse i leader taliban della regione in cui viveva”.

Diversi altri soggetti totalmente innocui sono stati torturati e violentati per avere delle informazioni che non possedevano.

Tutto questo accadeva sotto il comando dei più alti gradi dell’esercito USA, e mediante la stretta collaborazione con la Cia. Il fatto che, nel momento in cui scoppiò lo scandalo, l’allora presidente Bush, interrogato sulla questione, rispose “di questo non posso parlare”, lascia immaginare che gli esponenti dell’amministrazione di allora non erano del tutto all’oscuro dei fatti.

Sembra, quindi, che il giorno in cui avverrà il trionfo delle forze del bene è ancora lontano, ma, nel frattempo, ci accontentiamo di un omicidio, vero o presunto che sia.

«Crisi di valori, necessaria una forte riflessione»

Il sindaco di Caltagirone Francesco Pignataro parteciperà con la fascia tricolore sabato 5 febbraio, alle 15, nella parrocchia Sacra Famiglia, ai funerali di Giovanni “Maurizio” Montemagno, l’operaio cinquantenne massacrato a calci e pugni e finito a colpi di tronco d’albero la notte fra lunedì 31 gennaio e martedì 1 febbraio, mentre attendeva l’apertura dell’ufficio postale per prelevare la pensione dell’anziana madre..

“Montemagno – afferma Pignataro – è stato vittima di una violenza assurda e brutale, abbattutasi su un uomo mite e incapace di fare del male a chiunque. Rivolgo il mio plauso alla polizia di Stato per avere assicurato alla giustizia, nel breve volgere di un’ora, i presunti autori dell’omicidio. Quanto accaduto deve suscitare una forte riflessione collettiva sulla crisi di valori che attraversa la nostra società e non risparmia, quindi, una comunità, come la nostra, che si è invece spesso contraddistinta per gli esempi positivi. La tragica fine di Montemagno – aggiunge il sindaco – impone a tutti una presa di coscienza e alle istituzioni di accrescere l’impegno per prevenire e combattere il disagio. Interrogarsi e sforzarsi di dare le giuste risposte ai quesiti che, in questi giorni di rabbia e di esecrazione, ciascuno di noi si pone, è il modo migliore per ricordare il povero Maurizio e non rendere vano il suo sacrificio”.