E adesso arriva anche l'unione telefonica europea

euroNei prossimi anni il mercato della telefonia mobile sarà unico per tutti gli Stati dell’Unione Europea perché la Commissione Europea ha votato a Bruxelles l’abolizione dei costi di roaming internazionali nei 27 paesi dell’Unione Europea, creando un nuovo mercato unico europeo delle telecomunicazioni.

In un futuro sarà quindi possibile viaggiare in tutto il territorio europeo utilizzando il proprio telefonino per chiamare, inviare messaggi e navigare su internet mobile senza alcuna differenza se ci si trova nella propria nazione o in un’altra. In più ci sarà il vantaggio che le chiamate ricevute in roaming europeo non saranno più tariffate, quindi si potrà rispondere senza nessun problema. Approfondisci

L'austerità spacciata per spending review

Tagli, tagli e ancora tagli. I lavoratori statali non avranno più il posto garantito, saranno sempre “più simili ai lavoratori del privato”. Un decimo dei ministeriali va a casa; la spesa sociale verrà ridotta all’osso, tra tagli indiretti agli ospedali e la sempre più decadente condizione dell’istruzione pubblica. Da ottobre si procederà con i prepensionamenti, in modo da mandare a casa entro la fine dell’anno circa 7 mila persone; la cosiddetta spending review si sta rivelando l’ennesimo tentativo linguistico di utilizzare l’inglese per far sembrare meno amaro il concetto, ma ormai anche gli italiani meno cosmopoliti hanno capito il trucco.

Dopo tutto, questa è l’austerità, la ricetta dell’Unione europea, l’antidoto di Angela Merkel al quale si oppongono solo timidi tentennamenti (da parte di Hollande). Il nostro governo tecnico si era insediato già con l’idea di seguire il progetto teutonico, con tutti i sacrifici che questo significava.

Adesso che l’austerità non è più solo una parola che si sente al telegiornale – quasi fosse la corrente politica del momento – ma colpisce la busta paga dell’italiano medio, rende sempre meno disponibile il servizio sanitario, strangola le università pubbliche e demoralizza le piccole imprese, adesso sì che l’austerità fa paura.

Ma secondo il ministro Fornero e il premier Monti, la deregolamentazione del mercato del lavoro, i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni massicce, pagheranno: il paese tornerà ad essere competitivo. Saremo attraenti per i mercati e ci avvicineremo agli standard del nord Europa. Eppure, in base a quanto si legge dal rapporto del World Economic Forum (la massima autorità globale in materia di politica economica) i sei paesi più competitivi al mondo, Svezia, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi, Austria e Germania, sono caratterizzati da “un mercato del lavoro molto regolamentato”, proprio l’elemento che si sta cercando di combattere.

Come sappiamo, paesi come la Svezia e la Danimarca fanno dell’investimento sulla spesa pubblica il loro punto di forza. Il sistema sanitario e quello della previdenza sociale, per non parlare dell’istruzione, rappresentano per loro delle basi in cui sarebbe impensabile smettere di investire soldi pubblici. Di fronte ai tagli a dir poco dolorosi che il sud Europa sta attuando alla spesa sociale, i ministri delle finanze finlandesi o austriaci rimarrebbero inorriditi. Ma questa è la ricetta che abbiamo deciso di seguire.

E nel frattempo la disoccupazione raggiunge livelli da record. In Spagna gli ulteriori tagli stanno deprimendo ancor di più una classe media sempre meno lontana dalla povertà. La situazione del Portogallo, che sta seguendo per filo e per segno i consigli del Fondo monetario internazionale si sta rivelando deleteria a livello sociale. Della Grecia ultimamente si hanno meno notizie, forse la realtà ci farebbe troppa paura.

Di fronte al fallimento delle politiche depressive, non sembra che l’intenzione sia quella di cambiare rotta. Insisteremo con i tagli al settore pubblico, manderemo a casa lavoratori che un tempo pensavano di avere il posto fisso, diremo commossi ai pensionati che dovranno fare degli enormi sacrifici e ai giovani che ormai non esiste più la noia del lavoro stabile. Probabilmente qualcuno, pochi, riusciranno a sopravvivere, persino ad arricchirsi. Per tutti gli altri vale l’austerità.

Vince l’Euro o vince l’uomo?

Forse qualcuno se lo aspettava; in molti però sono rimasti spiazzati. L’esito pro Ue delle elezioni greche ha rafforzato, non tanto l’euro, ma chi punta su di esso.

Ci avevano assicurato che un’eventuale ritorno alla Dracma avrebbe avuto conseguenze disastrose non solo per l’economia ellenica, ma anche per quella europea. Probabilmente è così, ma resta comunque un dubbio, seppur minimo, sull’attendibilità di tali ammonimenti.

Alcuni studiosi, non i più interpellati, sostenevano che la “politica del terrore” messa in atto da Germania e Nea Democratia fosse frutto più del timore che si sarebbe potuto creare un precedente: non sarebbero stati pochi i paesi membri a seguire l’esempio greco e a tornare a stampare carta moneta autonomamente.

Chi puntava sul conservatorismo, poi rivelatosi vincente, ha fondato buona parte delle proprie aspettative sulla gratitudine dei mercati, gratitudine che essenzialmente non c’è stata. La borsa di Atene non è decollata, tutt’altro, gli altri istituti di credito soffrono e la precarietà finanziaria europea la fa da padrone.

Ma qualcuno potrebbe dire che c’era da aspettarselo. In effetti i mercati non sono mai stati affidabili, né tantomeno riconoscenti. Resta piuttosto evidente che da quando si è deciso di affidarsi alla (non) legge del mercato, molte delle previsioni di economisti e politici, sono state rispettate solo in parte.

La volatilità del sistema di libero scambio virtuale in cui galleggiano le economie degli Stati non permette di fare previsioni attendibili. Rimangono le agenzie di rating, che una settimana sì, una no, declassano decine di banche del sud Europa. Il fatto che siano state proprio Standard & Poor’s e consimili a giudicare “affidabili” i mutui sub-prime americani da cui ha avuto origine una consistente parte della crisi globale, potrebbe spiazzare, ma di contraddizioni, gli ultimi cinque anni ne hanno conosciute moltissime.

Proprio alle contraddizioni causate da alcuni anni di follie finanziarie, i tecnici di oggi sono tenuti a far fronte. Le distorsioni che una dopata politica monetaria ha prodotto si ripercuotono, come d’altronde la storia ci insegna, sulle fasce più deboli delle popolazioni (c’è chi parla di 99%), a scapito di una sempre più ristretta minoranza (dicono l’1 per cento) che, seppur in molti casi rivelatasi responsabile delle difficoltà che oggi viviamo, continua a sedere nei posti di potere, magari con qualche scambio di poltrona.

I tecnici dicevamo. Proprio loro sono entrati in gioco visto che la politica tradizionale non ha avuto né la forza né il coraggio. Proprio i tecnici, che a volte si servono di altri tecnici, ci propongono la soluzione: ricapitalizzare le principali banche. Ancora una volta politica monetaria.

Si continua a preferire un percorso che inevitabilmente tenderà a salvare solamente chi può permetterselo. Oggi più che mai le banche presteranno solo a coloro che appaiono in grado di ripagare i debiti, tutti gli altri dovranno sudare (e potrebbe non bastare).

Come è noto, al giorno d’oggi aziende e famiglie che possono ripagare i debiti sono sempre di meno. La pressione fiscale e i durissimi tagli alla spesa sociale rendono la stragrande maggioranza dei cittadini poco “attraente” ai principali istituti di credito e questo circolo vizioso si riflette a livello internazionale, con Stati (vedi Grecia e Spagna) e grandi istituzioni finanziarie.

Sembra proprio che la politica dell’Unione Europea si riduca ad una politica monetaria, troppo lontana dalla politica economica di cui hanno bisogno il commerciante e l’impiegato statale.

Qualcuno inizia a chiedersi se l’euro sia stato creato per l’uomo o viceversa. È un dubbio che potrebbe sorgere anche in merito ai mercati finanziari. Quanto la vita dell’uomo è subordinata ai dettami del libero mercato? Quanto non si sa, ma di sicuro lo è almeno in parte. Resta da capire se, arrivati a questo punto, sia possibile tornare indietro per andare avanti.

Quella sentenza della Corte dell'Aja passata (quasi) sotto silenzio

Il 3 febbraio la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aja ha emesso una sentenza che ha una rilevanza notevole per il Diritto Internazionale e che, invece, non ha avuto molto spazio nei quotidiani nazionali. E’ interessante approfondire l’argomento, ma prima è opportuno fare qualche passo indietro…

Durante la Seconda Guerra Mondiale Luigi Ferrini di Talla (provincia di Arezzo) venne deportato dai nazisti nel campo di sterminio di Kahla, nei pressi di Lipsia, dove le industrie belliche tedesche costruivano aeroplani, missili ed altre armi ed i prigionieri di guerra erano costretti ai lavori forzati. Alla fine degli anni ’90 il signor Ferrini adì il Tribunale di Arezzo al fine di ottenere dalla Germania il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, subiti nel periodo di deportazione.

C’è da premettere che il Diritto Internazionale ammette l’immunità statale per attività compiute iure imperii (cioè per attività legate all’esercizio di funzioni sovrane da parte dello Stato)  e nel caso in oggetto la CIG ha dovuto valutare i limiti eventualmente incontrati dall’immunità assoluta qualora ci si trovi di fronte a violazioni di norme consuetudinarie e persino di diritto cogente, cioè delle norme primarie del diritto internazionale.

Il Tribunale di Arezzo, dunque, doveva conciliare il principio assoluto dell’immunità statale con la perseguibilità universale dei crimini internazionali; nella sentenza emessa nel 2004 fu privilegiato il secondo aspetto, decretando, quindi, che la Germania dovesse risarcire il signor Ferrini.

Questa sentenza, ovviamente, rappresenta un’eccezione importantissima all’immunità statale ed ha scatenato una lunga controversia tra Italia e Germania; l’orientamento del tribunale nazionale riguardo il caso Ferrini, infatti, è stato ribadito anche quando, nel 2008, la Cassazione italiana ha rigettato il ricorso dello stato tedesco richiamandosi ad un’altra sentenza (stavolta della Corte d’appello militare di Roma) che condannava la Germania a risarcire i familiari delle vittime dell’eccidio nazista compiuto il 29 giugno 1944 a Civitella, Cornia e San Pancrazio (paesi nell’aretino), in cui morirono 203 persone.

Tutto ciò, come detto, è stato ribaltato lo scorso 3 febbraio, quando la CIG ha dato ragione alla Germania riguardo quest’ultimo caso, ristabilendo, in pratica, l’universalità dell’immunità statale per attività iure imperii.

Per capire meglio il discorso abbiamo chiesto lumi alla prof.ssa Daniela Fisichella, docente di Diritto Internazionale presso l’Università di Catania.

«La Corte Internazionale – ci dice – non ha riconosciuto le pretese dell’Italia nei confronti della Germania, relative alle richieste di risarcimento intentate dinanzi a tribunali italiani da vittime delle persecuzioni naziste in tempo di guerra. La CIG ha dunque riconosciuto alla Germania l’immunità assoluta per i comportamenti tenuti da militari tedeschi, pur ammettendo senza ombra di dubbio che tali comportamenti siano qualificabili come crimini internazionali».

«L’immunità – precisa – presenta un carattere procedurale, e non riguarda la liceità del comportamento tenuto, ma solo la possibilità di convenire o no lo Stato in giudizio dinanzi ad un tribunale nazionale».

Cosa comporta questa sentenza? Quale soluzione sarà adottata?

«La sentenza del 3 febbraio è l’ultima tappa di un’annosa contrapposizione tra Germania ed Italia, punteggiata da numerose pronunce di tribunali nazionali, che trae origine proprio dal caso Ferrini. Ma, appunto, si tratta di pronunce emesse da organi giurisdizionali del tutto differenti; la soluzione ventilata dalla CIG nella sua sentenza è quella stabilita da Italia e Germania attraverso un negoziato diretto».

Conferma alle parole della professoressa si ricava dallo stesso testo della sentenza, in cui si legge che l’Italia “dovrà fare in modo, attraverso un appropriato intervento legislativo o con altro idoneo strumento, che le decisioni delle proprie corti […] che hanno violato l’immunità di cui gode lo Stato tedesco in base al diritto internazionale cessino di avere effetto” e di evitare qualunque ulteriore violazione futura.
Tutto ciò ha effetto anche nei confronti di analoghe pretese avanzate dalla Grecia in sentenze di condanna emesse dai propri tribunali e dichiarate eseguibili in Italia, nonché nei confronti di un’ipoteca giudiziale nei confronti di una proprietà immobiliare tedesca in Italia (Villa Vigoni).

Come si intuisce, dunque, la posizione assunta dalla CIG – tra l’altro adottata con ampia maggioranza (12 a 3) – ha una portata notevole nell’ambito delle relazioni tra Stati e, in particolare, nel ruolo delle corti nazionali rispetto a controversie che coinvolgano privati cittadini e governi nazionali, ribadendo che gli Stati siano citabili in giudizio (almeno riguardo a  tali questioni) solo da altri Stati, cioè solo da soggetti di pari grado nel quadro complessivo dei soggetti del diritto internazionale.  E appare forse sorprendente che la CIG abbia lasciato prevalere i meccanismi procedurali dell’immunità statale sugli aspetti sostanziali della indubbia commissione di crimini internazionali, e dunque sul regime di responsabilità internazionale di uno stato, la Germania in questo caso.

Le differenze quotidiane La vita secondo Monti

Le notizie sulle tensioni sempre più evidenti che il nostro paese sta vivendo sembrano non arrivare fino al Parlamento, dove la fiducia dei grandi leader europei è, a quanto pare, più forte di proteste e manifestazioni popolari. In questi giorni le testate ci mostrano soprattutto come cambierà la vita degli italiani con le nuove misure del governo Monti.

Il Manifesto
Con alcuni articoli di spessore, il quotidiano comunista presenta prima l’eventuale dopo Monti, con i rapporti del Pd in primo piano, e subito dopo racconta la maxi operazione della polizia contro i manifestanti no-Tav, che avevano protestato lo scorso luglio in Val di Susa. Per il resto importanti pezzi sulla scena internazionale.

La Repubblica
Ciò su cui si concentra il quotidiano di Ezio Mauro è il decreto-semplificazioni che deve essere discusso al consiglio dei Ministri. Tra liti Bossi-Berlusconi, dossier sul potere d’acquisto degli italiani, alcune dichiarazioni ottimistiche sul futuro del nostro paese da parte di Passera e Marcegaglia sembrano portare un vento positivo tra gli italiani, nonostante le continue proteste di cui si parla qualche pagina oltre. Articoli e inchieste decisamente interessanti sulla scena estera rendono il quotidiano quasi imperdibile.

Il Corriere della Sera
La prime pagine concedono molto spazio alle semplificazioni previste nel decreto, dove si indica anche come cambia il valore della laurea. In seguito viene presentata la situazione economica europea dopo il vertice di Davos, da cui l’Italia sembra essere uscita per lo meno incoraggiata. Alcuni articoli interessanti sugli Stati Uniti non bastano per raggiungere la completezza della Repubblica di questa settimana.

Libero
Il giornale di Belpietro si concentra eccessivamente sulle liti interne; le dichiarazioni di Bossi nei confronti di Berlusconi, il gradimento di Monti e poco altro non rappresentano particolare interesse per i lettori.

Lo sguardo estero
Vi sarebbero diversi articoli provenienti da testate straniere in cui il futuro dell’Italia è visto con particolare interesse. Uno di Schonau sul Die Zeit parla del fatto che gli italiani hanno superato il complesso di inferiorità verso i cugini tedeschi; questa ritrovata fiducia dipenderebbe dall’arrivo di Monti al governo. Un altro pezzo, su Die Tageszeitung, si mostra meno fiducioso sul futuro del Bel Paese soprattutto in relazioni alle crescenti proteste dovute alle liberalizzazioni.

In una fase di fermento in cui forse si avrebbe bisogno di maggiore serenità, il governo non può comunque evitare di dare ascolto alle poteste sempre più rumorose della popolazione italiana. Ancora una volta vi è il rischio che alcuni obiettivi finanziari vengano preposti alle esigenze umane, che rischiano paradossalmente di essere messe in secondo piano.