Bellini e Schubert, romantici in maniera diversa

A volte accade, nella storia dell’uomo, o più semplicemente nella storia attuale e nelle vicende di tutti i giorni che, parallelamente ed anche alla distanza di migliaia di chilometri, si proceda alla stesura di un progetto simile, anche inconsapevolmente, o magari, come nel nostro caso, può accadere che due musicisti compongano un genere musicale simile ed a tratti singolarmente complementare per intenti, premesse compositive e per impatto sonoro.

A tal proposito, non a caso, “Vincenzo Bellini e Franz Schubert: maestri della melodia” è stato il titolo del concerto che il Bellini Festival ha presentato a Catania lo scorso 18 settembre nell’Auditorium delle “Ciminiere”. Singolari protagonisti sono stati il soprano Karin Wolf-Bauer e il pianista Alejandro Picó-Leonís, in un programma che ha cercato di presentare con alterne fortune un originale excursus comparativo tra gli “Improvvisi” schubertiani e le arie da camera belliniane, fino alle grandi scene liriche create dal Cigno di Catania per capolavori immortali come “La Sonnambula”, “Il Pirata”, “Beatrice di Tenda”.

L’accostamento tra Bellini e Schubert, romantici in maniera diversa, (il primo prediligendo la semplicità dell’andamento orizzontale della melodia italiana, il secondo, seguendo le orme del ribelle seppur giovane Beethoven, innovando quindi con maggiore attenzione ed originalità la verticalità dell’armonia ed andando così ad arricchire la toccante melodia dei Lieder schubertiani), è stato trattato forse in maniera un po’ superficiale, magari semplicemente presentando composizioni schubertiane, come i Lieder, che non erano proprio affini alle proposte tratte dal repertorio belliniano; di contro, in maniera originale e stimolante, si è cercato di introdurre le sognanti e melodiche arie di Vincenzo Bellini ai celebri Improvvisi op. 90 per pianoforte di Franz Schubert.

Tale programma, volutamente stilato in modo da mettere in luce l’affine afflato melodico dei due compositori coevi ha confermato, in tal modo, la proiezione culturale ed artistica del Festival,  fondato nel 2009 e diretto fin dall’inizio, a Catania, dal regista e scenografo Enrico Castiglione. Difatti, già dalla prima edizione, la rassegna ha avviato un’importante azione di rilancio internazionale della città, della provincia, dell’isola, puntando sull’enorme potenziale insito nella figura e nell’opera del Cigno etneo.

Nella ricca ed originale soirée musicale, articolata in due parti, ogni volta due Impromptus schubertiani (nella prima parte, nn. 1 e 2 in do minore e mi bemolle maggiore; nella seconda parte, nn. 3 e 4, in sol bemolle maggiore e la bemolle maggiore, a completare l’op. 90 D 899 del compositore viennese) hanno fatto da “introito” ai deliziosi lieder del maestro catanese che hanno narrato in musica, alcune vicende fondamentali della vita di Bellini,  passando dal primo periodo catanese, al periodo napoletano, a quello milanese, ed infine londinese e parigino, quasi a completare la breve ma gloriosa parabola del giovane artista etneo.

La prima parte è stata incentrata sulle arie da camera di Bellini, che, in qualche modo, ma non per la tipica solarità ed essenziale semplicità armonica che lascia spazio a toccanti arditezze melodiche e per il caratteristico afflato melodico tipicamente italiano, si possono assimilare alla liederistica schubertiana e mittleuropea in genere. Il percorso cronologico, partendo dall’arietta composta dall’autore ancora dodicenne, “La farfalletta” (1813, su versi attribuiti all’adolescente Marianna Politi che ebbe con Vincenzo un legame affettuoso) fino alla maturità di una creazione come “L’abbandono” (1833-34, su versi di anonimo) passando per le più celebri “Dolente immagine di Fille mia” (1821-24, testo attribuito all’amata Maddalena Fumaroli o più probabilmente al suo insegnante di lettere Don Giulio Genoino) e “Vaga luna che inargenti” (1833, anonimo), è proseguito con quattro delle “Sei ariette per Marianna Pollini”, (1827): la scelta è caduta su “Malinconia, ninfa gentile” (liriche di Pindemonte) e la terna “Ma rendi pur contento”, “Per pietà, bell’idol mio”, “Almen se non poss’io”, su testi tratti rispettivamente dai melodrammi metastasiani Ipermestra, Artaserse e La clemenza di Tito (su cui, qualche anno prima, si era cimentato Mozart).

La “raccolta” venne dedicata da Bellini alla moglie del musicista Francesco Pollini: atto d’omaggio alla coppia che lo aveva accolto e accudito come un figlio, fin dal suo arrivo a Milano, e che quindi contribuirono alla fama imperitura del Cigno catanese.

La seconda parte del concerto, dopo gli improvvisi schubertiani nn. 3 e 4 Schubert interpretati dal pianista Alejandro Picó-Leonís ci ha trasportato tra le eroine del melodramma belliniano  create dai versi del poeta Felice Romani ed interpretate dal soprano Karin Wolf-Bauer.

Dalla “Sonnambula” del 1831 dove Amina, nella mirabile sequenza di recitativo, aria e cabaletta del secondo atto, racchiude l’infinito arco melodico della celeberrima “Ah, non credea mirarti” alle drammatiche emozioni dei passi “Oh, s’io potessi ….Col sorriso d’innocenza…O Sole, ti vela!”, che segnano la follia di Imogene nel finale del “Pirata” (1827) si è infine passati alla toccante melodia dell’aria “Angiol di pace”, che esprime catarsi e perdono in “Beatrice di Tenda” (1833), a conferma di come, ancora oggi, a 177 anni dalla morte del genio belliniano, le sue mirabili ed immortali creazioni sono considerate un vanto per la città di Catania e per l’Italia intera.