Il terrore del diverso alimenta il razzismo

Chi l’avrebbe detto che un paese apparentemente pacifico e neutrale come la Norvegia potesse essere oggetto di un attacco terroristico? In effetti il terrorista c’è stato, ma non ha barba e turbante, non è il tipico arabo controverso di cui ormai il mondo occidentale è abituato ad avere paura, né uno dei  tanti esponenti di al-Qaeda operanti in tutto il mondo.

Il terrorista, Anders Behring Breivik, ha capelli biondi e occhi azzurri, tratti tipicamente nordici ed è un norvegese trentaduenne che si definisce cristiano, single e conservatore. Appartenente alla massoneria norvegese, il killer non ha mai nascosto di avere idee vicine all’estrema destra, inclini alla xenofobia e all’anti-islamismo. Ci troviamo, insomma, di fronte all’estremo opposto del terrorista-tipo di cui siamo abituati a sospettare.

Appassionato di videogiochi violenti (i classici “sparatutto”), Breivik era stato in passato membro del Partito del Progresso, gruppo populista di estrema destra norvegese  che si è sempre battuto per una politica più ostile in tema di immigrazione. Il passato di quest’uomo racconta come, forse, al giorno d’oggi si è portati irragionevolmente a temere un tipo di estremismo piuttosto che un altro. In questo caso il sentimento e la rabbia nazionalisti hanno dato forma ad un mostro, non meno pericoloso di un qualsiasi terrorista islamico.

Di fronte però alle centinaia di vittime, tra morti e feriti gravemente, che le bombe hanno causato, sono da ammirare le dichiarazioni del leader del movimento giovanile laburista norvegese, Ekil Pedersen, il quale ha cercato di risollevare gli animi della gente di Oslo con parole di speranza, sottolineando come l’attentato abbia cambiato la Norvegia, ma “in meglio”, perché si continuerà ancora di più, a tenere alti  “i nostri ideali di tolleranza e antirazzismo”.

In queste ore la polizia norvegese è alle prese con l’individuazione di eventuali complici di Breivik, il quale si dichiara“non colpevole” davanti al giudice, ma allo stesso tempo considera questa strage “necessaria per fermare l’alleanza marxista-islamica” che avrebbe invaso la sua terra.

Sempre Breivik aveva chiesto che l’udienza potesse svolgersi a porte aperte, così da poter spiegare al pubblico le ragioni di quel folle gesto. Gli inquirenti e le autorità locali, però, sia per ragioni di sicurezza che investigative, non hanno accolto la richiesta dell’imputato che adesso rischia (solamente) vent’anni  di carcere.

Ultimamente si sta analizzando anche il manifesto del terrorista, oltre mille pagine di scritti, tra citazioni improbabili ed agghiaccianti progetti di distruzione (non manca l’Italia), dal quale si evince che erano quasi dieci anni che il fanatico stava progettando un attentato simile. Sembra, talvolta, che di fronte alla pazzia umana nemmeno la società della sicurezza e della sorveglianza di cui oggi facciamo parte riesca a difendersi.

Eppure, nasce il sospetto che sia proprio questa società del terrore del diverso a contribuire alla nascita di odi e istinti razzisti che poi si trasformano in stragi come quella norvegese.