L'Economia, questa sconosciuta

Nel ventunesimo secolo non sarebbe un azzardo affermare che l’economia, e tutti i risultati che questa produce, siano il frutto di dinamiche ed effetti ignorati dalla stragrande maggioranza delle persone.

Chi si chiede come il mondo stia crescendo in questi ultimi dieci anni trova risposte spiazzanti. Una caratteristica comune, però, è presente in qualsiasi statistica: la disparità.

Il mondo è segnato, mai come oggi, da una apparentemente inarrestabile disparità economica. Secondo delle recenti statistiche dell’Onu, i paesi che si possono considerare ricchi sono 30, a fronte di quelli poveri, 160. In base a questo dato è più facile credere al rapporto del 2009 della FAO che individuava oltre 1 miliardo di persone povere (che vivono con meno di un dollaro al giorno).

Tralasciando tutti i numeri concernenti sottonutrizione e schiavitù, è possibile rendersi conto della quantità di denaro che circola nel nostro pianeta prendendo in esame altri dati.

Secondo un’inchiesta di Chrystia Freeland, global editor della Reuters, tra gli inizi degli anni ’70 e i primi anni del 2000, il reddito pro capite di Cina e India è cresciuto del 245%. Tale crescita, però, è avvenuta in modo iniquo, facendo arricchire vertiginosamente le élite delle maggiori città e lasciando nella povertà moltissime famiglie.

Una ricerca della University of California-Berkeley e dell’ École d’économie de Paris, indica che negli anni che vanno dal 2002 al 2007 il 65 per cento della crescita del reddito totale degli Stati Uniti ha riguardato solo l’1 per cento della popolazione.

Sempre secondo la Freeland, nel 2008, grazie alla crisi immobiliare (poi divenuta globale) statunitense, John Paulson, amministratore di Hedge fund, ha guadagnato esattamente quanto tutto il capitale della Goldman Sachs.

Un anno prima, Stephen Schwarzman, uno dei creatori del fondo d’investimento Blackstone, realizzò una quota azionaria di circa 8 miliardi di dollari, intascando quasi 680 milioni in contanti. Nella stessa operazione Peter Peterson, un suo socio, riuscì a guadagnare 1,88 miliardi dollari.

Oggi, i top manager della Goldman Sachs, in base ai bonus, ottengono profitti che vanno dai 15 ai 40 milioni di dollari annui.

Tutto questo risulta meno esaltante dando un’occhiata a un grafico dell’Economist che calcola il livello di diseguaglianza economica nei più ricchi paesi del mondo e che vede la Cina primeggiare senza troppo distacco, però, da Usa e India. Questo studio indica anche che il livello mondiale di disparità economica tende ineccepibilmente a crescere, in quanto tutti gli stati presi in esame vivono un aumento della diseguaglianza rispetto agli anni ’80.

Non sempre, comunque, le ricchezze che i grandi manager (soprattutto statunitensi, ma non solo) riescono a produrre sono figlie di abilità personali e capacità negli affari. Senza il maxi salvataggio da 700 miliardi di dollari stabilito dalla Casa Bianca verso Wall Street, infatti, quest’ultima avrebbe attraversato delle inimmaginabili difficoltà.

Difficoltà che, invece, oggi vivono altre persone. Secondo uno studio della Banca mondiale, il recente aumento dei prezzi alimentari ha ridotto in condizioni di povertà estrema oltre 44 milioni di individui, ma non si esclude un aumento del numero.

Facendo un discorso di più ampio respiro, è necessario riferirsi ad un rapporto del giugno 2008 della FAO in base al quale si scopre che per sconfiggere quasi totalmente la fame nel mondo occorrerebbero 50 miliardi di dollari l’anno. Tale stanziamento, però non è stato mai approvato dai paesi più ricchi, i quali, tre mesi dopo il rapporto, spesero 2000 miliardi di dollari per salvare le principali banche andate in difficoltà con  la crisi.

Alla luce di questa rappresentazione, sembra decisamente attuale il rapporto redatto da alcuni analisti di Citigroup nel 2005, i quali sostenevano che il mondo appare diviso “in due blocchi: la plutonomia e tutti gli altri” causando “pochi consumatori ricchi, che si accaparrano una fetta sproporzionata di reddito e consumi” e “i non ricchi, che rappresentano una parte sorprendentemente piccola della torta nazionale”.