Settimana della Cultura, rivive allo Stabile di Catania il mito di Colapesce

Proseguono gli appuntamenti con le iniziative varate dal Teatro Stabile di Catania nell’ambito della Settimana della Cultura, con il patrocinio della Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.

Lo Stabile rivolge particolare attenzione al pubblico adolescente delle scuole medie superiori, invitandolo a riscoprire la tradizione popolare con il fortunato ciclo “Cunta ca ti cuntu: fiabe, miti e leggende del popolo siciliano”.

Giovedì 22 aprile alle ore 10, al Teatro Musco, saranno rappresentati “La pinna di hu”, triste vicenda di un fratello che per gelosia uccide la sorellina, e “Colapisci”, parabola dell’uomo anfibio che si sacrifica per salvare la Trinacria.

A firmare gli allestimenti sono nomi di chiara fama. Gli adattamenti teatrali e la regia sono di Ezio Donato, che da lunghi anni conduce approfondite ricerche sulla letteratura favolistica italiana e straniera. Un terreno congeniale all’artista e studioso catanese, docente di Pedagogia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia ed altresì responsabile per lo Stabile dei rapporti con le scuole e l’Università. Donatella Capraro cura i movimenti coreografici; Carlo Insolia le musiche, Giuseppe Andolfo i costumi, all’organetto Valerio Cairone. Sulla scena l’attrice Ileana Rigano, lo stesso Donato e gli allievi della Scuola d’arte drammatica dello Stabile, intitolata a Umberto Spadaro.

Attraverso la messinscena rivivranno due racconti dalle radici antichissime e profonde, che affondano nell’inconscio. La fiaba popolare siciliana “La pinna di hu”, diffusa con altri titoli in tutta Europa, venne trascritta dai fratelli Grimm con il titolo “L’osso che canta”. La parola “hu” è la forma onomatopeica con cui in alcune parlate dialettali si chiama il pavone, dal particolare verso che lo caratterizza. Due ragazzi, fratello e sorella, vanno a cercare la penna perché è l’unica cosa che possa guarire il re loro padre, divenuto cieco. Questi ha promesso il regno a chi dei figli gliela porterà. A trovarla per prima è la sorella, ed il fratello per gelosia la annega in un fiume. La ragazza non muore, ma si trasforma in una canna: un pastorello ne ricava un flauto dolcissimo, che ogni volta che suona canta la dolorosa tragedia.

“Colapisci era uno mezzu omu e mezzu pisci”. Con semplici e scarne parole la tradizione descrive la straordinaria qualità anfibia dell’eroe, fra le ultime forme isolane di mitologia, collegata a quella di Poseidone e dei semidei abitanti lo Jonio e lo stretto di Messina. Il suo antenato più diretto è infatti Glauco, innamorato non corrisposto di Scilla. In una città imprecisata della costa orientale della Sicilia, il piccolo Cola subisce la “mutazione” a causa dell’imprecazione della madre, stanca di richiamarlo fuori dall’acqua. “Chi putissi addivintari un pisci!”: giusto in quel momento passa l’angelo e le parole si traducono in realtà. Il bambino, con la parte inferiore del corpo trasformata, si tuffa in acqua e scompare.

Rinato come Colapesce, diviene padrone dei tesori sottomarini, amico e protettore dei naviganti. Finché viene sfidato a calarsi nello stretto dal re Federico II, o più probabilmente Ruggero d’Altavilla: movente la gelosia per la fama che Cola si era conquistata fra la gente del mare. A questo punto la tradizione popolare, come quella letteraria, forniscono diverse versioni. Colapesce soccombe negli abissi marini bruciato dal fuoco sotterraneo dell’Etna; oppure non muore, ma si sacrifica per reggere periodicamente, in eterno, una delle tre colonne, la più malferma, sulle quali poggia la Trinacria. Colapesce diventa così l’eroe popolare della Sicilia.