Italia U18 a testa alta all'A.S.T.

L’esperienza al Torneo Schweitzer… Ceron, Traini e Pini in luce… Antonio Bocchino: «Un buon inizio in vista dell’Europeo in Montenegro, possiamo migliorare»…

45 anni, media statura e volto serio. Inquadriamo così Antonio Bocchino da Benevento, carismatico commissario tecnico della Nazionale maschile Under-18 e già head coach in Serie B1 e B2 a Battipaglia, Ragusa e Montegranaro. Il tecnico è appena rientrato da Mannheim, in Germania, dove ha condotto i suoi azzurrini ad un ottimo sesto posto al Torneo Schweitzer, dopo la finale di consolazione persa contro la Spagna. Il trofeo è finito nelle mani del capitano dell’Australia, vittoriosa in finale sulla Germania U18.

Nella città sul fiume Reno, si sono messi in luce vari giovani italiani: Marco Ceron (che in Legadue a Venezia ha una media di 2 punti in 8’) è risultato il quinto miglior marcatore del torneo, un posto e 0,2 punti avanti ad Andrea Traini (campione d’Italia U17 lo scorso anno con Pesaro); il quarto miglior rimbalzista è stato invece Giovanni Pini (nell’orbita della Legadue di Reggio Emilia). E mancava la stellina Alessandro Gentile che dovrebbe aggregarsi alla Nazionale Under-20… In più, nessun giocatore proveniva dalla Sicilia.

SESTI. Antonio Bocchino, ct. della Nazionale U18 che è giunta al sesto posto al Trofeo Schweitzer [Basket Catanese].

«Secondo me non va fatto un discorso “regionale” – esordisce Bocchino –. In Nazionale vanno i giocatori con la giusta mentalità, la voglia di lavorare e l’applicazione per poter dare il massimo delle proprie possibilità».

E sembra che il gruppo degli azzurrini dei ’92 abbia proprio tutte queste caratteristiche.
«È la stessa squadra che due anni fa ha disputato gli Europei e ha lasciato una discreta impressione. Può migliorare, c’è tanto da lavorare, ma ha già alcuni tratti molto positivi: non molla mai e si fa trovare pronta ad ogni appuntamento. In più, al torneo ha dimostrato una buona verticalità, un eccellente atteggiamento difensivo e in generale non ha avuto attimi di sbandamento».

Qual è il bilancio conclusivo alla fine della settimana in Germania?
«È stata una buona esperienza, molto formativa. È la seconda volta in pochi anni che l’Italia arriva sesta, c’è riuscita la squadra in cui giocava Aradori nel 2006. È stata sicuramente una manifestazione produttiva, abbiamo battuto Nuova Zelanda, Cina e Turchia e siamo stati sconfitti dalla Germania U17, che era reduce da 80 giorni di preparazione. Abbiamo fatto delle buone prestazioni e affrontato sette giorni di lavoro intenso in una competizione che ha poco da invidiare all’Europeo. E in vista del torneo continentale di quest’estate, che si disputerà in Lituania in agosto, penso sia un buon inizio per dimostrare tutte le nostre potenzialità».

La Germania era reduce da 80 giorni di preparazione?
«Sì, perché i migliori giovani tedeschi giocano in una squadra collegiale, come avviene in Francia e Australia».

Potrebbe servire un College Italia maschile, allora?
«È stato fatto tanti anni fa a Vigna di Valle, ma non con i migliori prospetti. È stato riproposto quest’anno nel settore femminile con buone giocatrici e mi sembra che abbia ottenuto dei buoni risultati. A mio avviso, ne vale la pena solo se ci sono i migliori. Il basket italiano deve evolversi sotto molti punti di vista e speriamo che si faccia qualcosa di concreto per i giovani».

Come sta andando il nuovo corso in Nazionale con Simone Pianigiani?
«Spero che le idee chiare, la voglia di fare e l’entusiasmo si abbineranno ai risultati estivi. In quanto ai tre giocatori che militano in NBA, chi ha il dovere di prendere i contatti risolverà la situazione al meglio».

L’ex c.t. della Nazionale Sandro Gamba recentemente ha dichiarato che «Ci sono diversi giocatori con talento tecnico e fisico interessante ma generalmente male allenati, perché i coach cambiano continuamente e quindi nessuno di loro può permettersi di lavorare sul futuro dei singoli, tutti sono costretti a pensare a vincere in fretta». Cosa ne pensa?
«Ciò che dice coach Gamba è dettato dalla sua grande esperienza, è un parere illustre e giusto. Gli allenatori dovrebbero rischiare su se stessi, sapendo di lavorare con i giocatori e soprattutto per i giocatori. Ci sono due strade: fare in modo che il giocatore sia per la partita (e quindi “sfruttarlo” per vincere) o che la partita sia funzionale per lui. La seconda strada è più lunga ma porta prima ad avere dei validi atleti, poi anche a vincere».

Ha avuto modo di dare un’occhiata all’attività giovanile a Catania?
«Sì, mi sembra che c’è un buon movimento. Le squadre sono bene allenate e i ragazzini sempre presenti. Alcune società fanno anche quattro allenamenti a settimana più le partite, o iscrivono i ragazzi a più campionati. C’è tanta voglia e tanta carne a cuocere, bisogna curare il settore giovanile pian piano per far crescere tutti i ragazzi».

Roberto Quartarone

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