Il torneo Schweitzer: primo trionfo di Meneghin

Nel 1966, un ragazzo dalle spalle larghe e spigolose portò alla vittoria l’Italia al torneo Schweitzer. A Pasqua, l’U18 di Bocchino tenterà di ripetere le gesta di oltre quarant’anni fa.

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magliaricordoUna foto racconta… Racconta di un ragazzone a torso nudo e pantaloncini, che tenta disperatamente di trattenere la sua maglietta, contesa da tifosi esultanti. Sullo sfondo, una tribuna piena di spettatori. «La sua maglia per ricordo» recita la didascalia.

Le spalle larghe e spigolose, il profilo prominente del viso: inconfondibilmente lui, Dino Meneghin, l’attuale Presidente della FIP, una lunga e gloriosa carriera da cestista (c’è bisogno di dirlo?), il primo giocatore italiano a essere entrato nella Basketball Hall of Fame internazionale.

Siamo nel 1966, a Mannheim, in Germania. Dino ha solo sedici anni. La Nazionale juniores azzurra ha appena trionfato, per la prima volta, al «Torneo Albert Schweitzer», competizione riservata a rappresentative giovanili provenienti da tutto il mondo, intitolata al famoso medico-missionario (quando lui era ancora in vita).

Quelli che portano in trionfo Meneghin, e cercano a tutti i costi di impadronirsi del cimelio, sono italiani residenti in quella città o comunque nella regione del Baden-Wurttemberg (a quei tempi appartenente alla Repubblica Federale della Germania Ovest), emigrati per trovare lavoro in una delle tante industrie meccaniche della zona. Davanti a una maglia azzurra si fanno prendere dalla nostalgia e sventolano il tricolore; se arriva una vittoria, la loro gioia esplode, ripagandoli magari di sacrifici e delusioni.

Il torneo di Mannheim fu organizzato per la prima volta nel 1958; sei anni prima era stato assegnato ad Albert Schweitzer il Premio Nobel per la pace, gratificandolo della sua enorme opera di filantropo, spesa soprattutto a favore della popolazione africana del Gabon. Quella manifestazione – secondo il significato dato alla dedica – avrebbe dovuto basarsi sull’integrità morale e sul rispetto degli altri, principi ai quali il celebre connazionale si era sempre ispirato. Schweitzer accettò di buon grado: aveva 83 anni, avrebbe vissuto ancora fino ai 90, dedicando sempre tutto se stesso al prossimo.

Aveva avuto un inizio un po’ stentato, il torneo: due sole edizioni (nel ’58 e nel ’59, entrambe vinte dalla rappresentativa del Belgio), poi un lungo periodo di pausa fino a quel 1966. Da allora, la sua crescita è stata costante, sia come numero che come livello di squadre partecipanti, tanto da diventare uno degli appuntamenti fissi più importanti nel panorama del basket giovanile internazionale. Tantissimi i campioni che hanno scritto il loro nome nella manifestazione: tra questi, Arvydas Sabonis, Magic Johnson, Dražen Petrović, Toni Kukoč, oltre naturalmente al nostro Dino Meneghin.

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PRIMO SUCCESSO. La nazionale juniores vittoriosa a Mannheim: in piedi Giuseppe Gergati, Formenti, Zanatta, Meneghin, Buzzavo, Tirabosco, il tecnico Paratore; accosciati Schergat, Giomo, Galluccio, Guadagnino, Pierangelo Gergati, Albonico.

Il successo in quel torneo non arrivò per caso. La Federazione Italiana Pallacanestro, già da alcuni anni, aveva avviato un programma di reclutamento di nuove leve in tutto il territorio nazionale; una politica che aveva promosso soprattutto il prof. Nello Paratore, fin da quando gli era stato affidato il compito di risollevare le sorti degli azzurri in vista delle Olimpiadi di Roma del ’60. Il lavoro del tecnico venuto dall’Egitto aveva dato i suoi frutti: quarto posto a Roma, quinto alle Olimpiadi successive di Tokyo, ottimi piazzamenti agli Europei e nelle varie altre competizioni. E soprattutto, tanti giovani lanciati in prima squadra.

Paratore si occupava direttamente anche delle rappresentative minori, e infatti fu lui (assieme al suo immancabile collaboratore Giancarlo Primo) a guidare la Nazionale juniores a Mannheim. Oltre a Meneghin, c’erano altri ragazzi interessanti, che presto si sarebbero affermati nelle rispettive squadre di club e in Nazionale maggiore, come i fratelli Gergati, Zanatta, Giomo… Era una formazione che si ritrovava insieme praticamente per la prima volta, anche perché il torneo doveva servire più che altro come collaudo in funzione dei campionati europei juniores, che si sarebbero disputati poco tempo dopo a Porto San Giorgio (là arrivò un prestigioso terzo posto, alle spalle di URSS e Jugoslavia).

La squadra azzurra vinse il torneo «Schweitzer» sbaragliando il campo. Tutte vittorie nette nel punteggio (contro Olanda, Germania Ovest, Svizzera, Austria, nell’ordine), tranne la finalissima con la Turchia, battuta per soli tre punti. Comunque, un trionfo inaspettato, che giustificò quelle scene di esultanza. C’erano anche gli Stati Uniti, oltre a Danimarca e Lussemburgo. Le cronache parlano di una ottima difesa «a uomo», rigidamente imposta dal prof. Paratore che non ammetteva la «zona» nel settore giovanile (in realtà, dovette fare uno strappo alla regola nella finale con la Turchia); in attacco, risultò vincente lo schema «dai e cambia»…

Dino Meneghin era il gigante della squadra. Nativo di Alano di Piave, in provincia di Belluno, già a 13 anni – alto e largo com’era – veniva «sequestrato» dall’Ignis Varese per essere allevato a dovere. A 15 anni era stato selezionato in un centro di addestramento a Bassano del Grappa, quindi la convocazione per lo «Schweitzer», dove risultò uno dei protagonisti. Caso volle che fosse proprio la Germania a battezzare la sua prima maglia azzurra in prima squadra: il suo debutto, infatti, avvenne ad Augusta, nel settembre dello stesso anno, prima tappa di una tournée che portò poi la nazionale in Scandinavia. A lanciarlo fu ancora lui, il prof. Paratore; che magari lo avrebbe anche portato con sé alle Olimpiadi di Città del Messico del ’68, se non fosse stato per la sua giovane età e, forse, per la sua inesperienza… Fu proprio la rivoluzione dell’immediato dopo-Olimpiade a portare in primo piano Meneghin, che sarebbe diventato una stella della Nazionale maggiore per ben quindici anni, con gli allenatori Primo e Gamba: nel suo palmarés, l’argento alle Olimpiadi di Mosca nell’80 (una delle quattro edizioni da lui disputate) e l’oro agli europei di Nantes nell’83.

CT. Il commissario tecnico della Nazionale Under-18 che parteciperà al prossimo torneo Schweitzer: Antonio Bocchino [Basket Catanese].

L’Italia si è aggiudicato il «Torneo Albert Schweitzer» altre due volte, nel ’69 e nell’83; è tuttora seconda nella classifica delle squadre vincitrici, assieme alla Jugoslavia e dietro gli inarrivabili Stati Uniti, che hanno sollevato il trofeo ben dieci volte, dominando praticamente la scena tra gli anni ’70 e ’90. Nelle ultime sei edizioni, nonostante il torneo sia aperto a rappresentative dei cinque continenti, le squadre europee sono tornate alla ribalta: ultima vincitrice la Grecia, nel 2008.

Dal 3 al 10 aprile prossimi, in pieno periodo pasquale, Mannheim ospiterà la XXV edizione. L’Italia parteciperà con la propria formazione under 18 (tutti giocatori classe ’92), alla guida di Antonio Bocchino, una vecchia conoscenza del basket siciliano. Gli azzurri se la vedranno (nel girone di qualificazione A) con Cina, Nuova Zelanda e Germania under 17; le altre dodici partecipanti sono: Germania under 18, Brasile, Turchia, Giappone (girone B), Stati Uniti, Francia, Croazia, Argentina (girone C), Grecia, Israele, Spagna, Australia (girone D).

Bocchino ha cercato di preparare al meglio i suoi ragazzi per questa manifestazione, che è da onorare al massimo nonostante il suo carattere amichevole. Anche stavolta si tratterà di un buon collaudo in vista dei campionati europei, che si disputeranno la prossima estate in Lituania.

Quella del presidente della FIP portato in trionfo proprio là, a Mannheim, ben 44 anni fa, è sicuramente un’immagine ben augurante.

Nunzio Spina