Europeo, ergo sum

In questo mondo in cui la cosiddetta crisi dei valori è uno dei temi più discussi, criticati e argomentati degli ultimi dieci anni, in questa società che mai come adesso è pronta a mettersi involontariamente in ridicolo davanti ai suoi accusatori – no-global, moralisti clericali e non, intellettuali controcorrente, e non solo – emerge una tendenza sempre più invadente ma sempre meno discussa.

Con un minimo di spirito critico e un briciolo di riflessione è possibile rendersi conto di un andamento politico e sociale tendente verso una direzione decisamente controversa e in un certo senso miope. È un dato evidente infatti come ormai l’europeismo sia considerato un vero e proprio valore. La politica, l’economia, il sistema scolastico e ogni altra istituzione bada bene a ricordare e sponsorizzare il proprio prodotto, le proprie novità e le proprie idee assicurando “di diventare più europee”.

Marta Meo, costituente nazionale del Partito Democratico, da Febbraio 2008 nell’esecutivo regionale del PD, per esortare gli elettori a votare Ivan Scalfarotto nella circoscrizione nordovest, motivava il suo incitamento per il candidato democratico ritenendolo “il più europeo tra i candidati, per preparazione, cosmopolitismo, cultura” e ancora, lo definiva “semplicemente il candidato più europeo.”

Lo stesso Scalfarotto assicura nel suo sito personale che farà di tutto “perché la progressiva cessione e sovranità da parte dei singoli stati verso l’Unione Europea non conosca soste”.

Il 9 settembre 2008 in un’intervista di Dimitri Buffa all’onorevole Benedetto Della Vedova per “L’Opinione”, il politico, parlando del fatto che il Pdl prendesse in considerazione la possibilità di approvare una legge sulle coppie di fatto, ha affermato che il centro destra “ha l’occasione di dimostrare di essere europeo e pragmatico” e in seguito ha dichiarato che “il Pdl dovrebbe essere più europeo sui diritti civili”.

La giovanissima candidata del Pdl nel nordovest sostiene in un’intervista di Marco Galavani per “Il Giorno” che “dobbiamo sentirci più europei e spesso noi ragazzi non reggiamo il confronto con i coetanei stranieri”.

Come si può evincere, ogni partito e ogni schieramento politico adotta l’europeismo per “sponsorizzare” i propri programmi e, spesso, questo eccessivo ispirarsi al modello europeo rappresenta una tendenza comune tra destra e sinistra italiana.

La politica, però, non percorre questo percorso virtuale verso l’europeismo da sola. Anche quando si parla di istruzione e di sistema scolastico, sembra che l’obiettivo principale, che dovrebbe essere quello di migliorare tangibilmente l’insegnamento e modificare le falle del sistema didattico per garantire una formazione migliore (sotto tutti i punti di vista) ai giovani, passi in secondo piano.

Il ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini, riferendosi alla cosiddetta terza prova degli esami di Stato, ha proposto un esame “più europeo”, aprendo con insistenza all’introduzione di un test a risposta multipla uguale per tutti, come si fa nei Paesi più rappresentativi dell’Unione Europea. Prendendo in considerazione quest’ultimo esempio si può intuire che, in questo caso, non ci si preoccupa del fatto se il test in questione sia più o meno efficace, se sia veramente un metro di giudizio giusto ed esauriente. L’importante è che sia il più europeo possibile.

Non si pretende più che i servizi per i cittadini siano realmente adatti ai cittadini, si richiede che i cittadini siano adatti alle istituzioni, che devono essere sempre più europee.

Si sta  forse sostituendo il fine con il mezzo. Per coloro che sostengono l’europeizzazione, i metodi per raggiungere i risultati hanno quasi più importanza dei risultati stessi. Siamo progressivamente tenuti a cambiare noi stessi, non per essere migliori ma per essere più simili a qualcun altro, senza realmente badare alla qualità del cambiamento finale.

In sostanza, oggi, tra il modello europeo e un modello migliore si tende a preferire il modello europeo (qualunque esso sia).

È necessario e doveroso ricordare che l’innovamento e l’integrazione con le altre culture sono le strade da seguire oggi. E per andare verso questa direzione occorre incoraggiare le politiche promuoventi lo svecchiamento e l’apertura. Sarebbe un rischio troppo grande, invece, affidarci alla creazione di quegli pseudo valori come l’europeismo che forse ci distolgono dal migliorarci e dall’innovarci realmente, ma ci indicano una direzione che cozza contro tutti i principi di autenticità dai quali nessun popolo può prescindere.

L’Europa come insieme di nazioni e culture diverse non può che essere un’ Europa autentica e vera, ma cercare di dare alla luce un continente che abbia sostanzialmente un’ unica identità è una forzatura che porta allo snaturarsi dei popoli e, di conseguenza, alla creazione di un’Europa “artificiale”.