LI TRI GHIORNA DI LU PICURARU

Pochi sanno che gli ultimi tre giorni del Carnevale sono detti anche “Li tri ghiorna di lu picuraru”, ossia i tre giorni del pecoraio. Quest’appellativo trova origine in un racconto molto antico di derivazione contadina.


di SIMONA MARIA PERNI

Quando ancora si era soliti festeggiare l’ultimo giorno di Carnevale il Sabato (forse retaggio della cultura ebraica che vede nel sabato un giorno di riposo), un pecoraio stava rientrando a casa portando sulle spalle un capretto per festeggiare con la famiglia. Mentre era assorto nei suoi pensieri gli si avvicinò un uomo che gli chiese dove stesse andando. Nonostante avesse fretta poiché la strada era ancora lunga e probabilmente non sarebbe giunto a casa prima di sera, il pecoraio si fermò a discutere con quell’uomo. Notando il capretto che aveva in spalla, l’uomo chiese al pecoraio a cosa gli servisse e lui gli spiegò che era dono del suo padrone per festeggiare assieme alla famiglia il Carnevale. “Ma ormai è troppo tardi e non riuscirai ad arrivare a casa per tempo!”, disse l’uomo. “Non fa nulla” replicò il pecoraio “Vorrà dire che mi prenderò un altro giorno, anzi due, anzi tre”. “Ti sia concesso ciò che chiedi”, disse l’uomo, che altri non era se non Gesù.
Secondo un’altra versione i tre giorni sarebbero stati concessi da Gesù ad un pecoraio come premio per il duro lavoro da lui svolto durante l’anno e per la sua bontà. Incontrandolo per i campi, infatti, Gesù avrebbe ordinato al pecoraio di andare a casa per mangiare e divertirsi con la propria famiglia.
L’elemento religioso che compare in entrambe le versioni fa rientrare anche la più laica delle feste in un ambito ecclesiastico, rintracciando nella gioia dei festeggiamenti familiari un comandamento divino.