I QUATTRU JOVIRI

Alla scoperta delle nostre tradizioni…
di SIMONA MARIA PERNI

A differenza di quanto avviene in altre parti d’Italia, in Sicilia i festeggiamenti per il Carnevale cominciano molto presto: il giorno dopo l’Epifania. Contravvenendo a quanto recita il famoso proverbio “L’Epifania tutte le feste si porta via”, il proverbio siciliano recita: “Dopu li Tri Re, olé” (Dopo l’Epifania, comincia il Carnevale).
Com’è accaduto per le tradizioni natalizie, presi dalla febbrile ricerca di maschere originali, impegnati nell’allestimento di carri, indaffarati a preparare le serate danzanti, dimentichiamo di festeggiare i “Quattru Joviri”.

A differenza di quanto avviene in altre parti d’Italia, in Sicilia i festeggiamenti per il Carnevale cominciano molto presto: il giorno dopo l’Epifania. Contravvenendo a quanto recita il famoso proverbio “L’Epifania tutte le feste si porta via”, il proverbio siciliano recita: “Dopu li Tri Re, olé” (Dopo l’Epifania, comincia il Carnevale).
Com’è accaduto per le tradizioni natalizie, presi dalla febbrile ricerca di maschere originali, impegnati nell’allestimento di carri, indaffarati a preparare le serate danzanti, dimentichiamo di festeggiare i “Quattru Joviri”. Questi quattro giovedì rappresentavano per i nostri antenati i giorni della rivincita, quelli in cui si poteva osare quanto non era concesso durante l’intero arco dell’anno: motteggiare i padroni, travestirsi, ballare, cantare, mangiare carne (ad eccezione del periodo quaresimale anticamente si mangiava carne solo il venerdì). Ognuno di questi giovedì aveva un appellativo e un proverbio, legati per lo più alla cucina tipica del giorno o ai convitati.
Il giovedì successivo all’Epifania è Joviri di li cummari. Com’è noto il legame che si instaura tra comari e compari è così stretto e profondo da andare al di là dell’affetto parentale (d’altronde i parenti non li si sceglie, ma i compari e le comari si!), per ciò è fondamentale, quasi obbligatorio, che il primo dei quattro giovedì carnescialeschi lo si passi con loro. Ognuno fa il possibile per invitare i propri compari e anche chi non ha disponibilità economiche fa di tutto per ricambiare con il pranzo la stima e l’affetto dimostrato dai compari, come dimostra il proverbio: “Lu Joviri d’i cummari, cu n’havi dinari s’impigna lu fadali”.
Il secondo giovedì è Joviri di li parenti. Durante questa giornata ci si riunisce tutti, ad anni alterni, a casa del più giovane o del più vecchio della famiglia e tra vino, carne di maiale, frittelle e sanguinaccio, si trascorre una giornata in allegria. Anche durante questo giovedì il primo pensiero è legato all’aspetto economico: “Lu Joviri di li parenti, cu n’havi dinari si munna li denti”.
Il terzo giovedì è indicato con un aggettivo la cui etimologia è controversa: Joviri zuppiddu. Per alcuni zuppiddu indicherebbe una maschera legata alla mitologia campestre (un fauno, un satiro, un diavolo?), per altri affonderebbe la propria origine in un rito in onore di Bacco, per i più però l’etimologia resta sconosciuta. Avvicinandosi maggiormente il periodo quaresimale, durante questo giovedì è fondamentale “mangiar di grasso”. Ancora una volta il proverbio è legato al denaro: “Lu Joviri zuppiddu, cu n’havi dinari, mali è pi iddu”.
L’ultimo giovedì è Joviri grassu o lardaloru, appellativo derivante dalla minestra caratteristica del menù di questo giovedì, il cui principale ingrediente è il lardo. Conferma ne sarebbe anche il proverbio che recita: “Lu Joviri grassu, chi n’havi dinari s’arrusica l’ossu”. Durante quest’ultimo giovedì è d’uopo che il fratello mangi assieme alla sorella per cancellare qualsiasi rancore sia potuto sorgere tra i due durante l’anno e affinché davanti ad un bicchiere di vino rosso e ad un piatto di carne di maiale al sugo si possa annegare qualsiasi litigio e possano trionfare concordia e amore.